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Philip Roth? Troppo maschilista per meritare il Booker Prize

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Carmen Callil, fondatrice della casa editrice Virago, si è ritirata dalla commissione giudicante dell’ International Man Booker Prize dopo il conferimento di tale premio allo scrittore Philip Roth. Motivo? L’autore de “La macchia umana” avrebbe peccato di maschilismo. C’è da dire che Roth non è il primo a dover subire le lamentele di chi si ritiene offeso dalle sue opere: da che mondo è mondo i libri feriscono, puntano le proprie dita invisibili addosso ai lettori, scuotono gli animi, provocano rabbia, frustrazione, euforia, gioia. Se si volesse rimanere in Italia sarebbe facile contare il numero di persone che si sentono quasi provocate dalle opere di autori quali Federico Moccia, i cui personaggi sono degli adolescenti molto diversi dal travagliato Alex di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Brizzi, e sembrano spesso voler incentivare i piccoli lettori alla frivolezza.

Prima che su Philip Roth il dito delle femministe venne puntato addosso a figure come Norman Mailer o Saul Bellow. C’è da dire che di autori che celebrano la virilità più becera ve ne sono e ve ne sono stati, e che probabilmente Philip Roth non può essere annoverato fra essi. Bukowski è il primo che, probabilmente, viene in mente quando si parla di maschilismo o, più precisamente, di misoginia. Il problema è più grande di quanto possa sembrare: può uno scrittore essere giudicato in base a ciò che scrive? Chi autorizza il lettore a imporre la propria chiave di lettura o a credere che l’autore si sia raccontato anziché limitarsi ad illustrare delle questioni, degli aspetti dell’essere umano, delle sfaccettature del reale o del sociale?

Carmen Callil è indubbiamente liberissima di lasciar vuota la propria poltrona o di sentirsi offesa in quanto donna, ma che sia chiaro che le signore che son rimaste a sedere probabilmente non hanno meno coscienza del proprio sesso. Magari credono semplicemente che l’arte abbia la possibilità, nonché il sacrosanto diritto, di sviscerare il male che c’è nell’uomo e nel mondo senza aver bisogno di confondersi con esso, e che nel mondo dei libri sia possibile raffigurare anche il lato più infimo dell’essere umano senza che il libro stesso finisca per diventare un’opera d’arte bassa. Che non ci si scordi che alla base della letteratura occidentale vi sono opere come “La morte a Venezia”, il cui protagonista è praticamente un pedofilo; dovremmo, allora, condannare il defunto Thomas Mann perché ha scelto di trattare proprio una tematica così indigesta?

Martina Cesaretti

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