Via libera ai referendum: le paure di Berlusconi

Questo referendum s’ha da fare. La decisione di ieri della Cassazione, che ha sancito la legittimità del quesito contro la costruzione di nuove centrali nucleari in Italia nonostante il Governo avesse congelato i suoi stessi progetti, rinvigorisce le speranze dei Comitati per i “4 sì” di raggiungere il quorum alle consultazioni del 12 e 13 giugno prossimi.
E se fino a poche settimane fa il tema referendario era scomparso dal dibattito politico nazionale, oggi assume una valenza politica del tutto nuova, all’indomani di un voto amministrativo che ha fatto precipitare le percentuali di PdL e Lega.
La spavalderia di Berlusconi, che fino a un mese confessava apertamente di aver prodotto un decreto “ad hoc” per far saltare il referendum, ha lasciato spazio, infatti, alla paura che il voto del prossimo week end sancisca la crisi politica dell’attuale maggioranza.

L’offensiva unitaria del centrosinistra – Se il Terzo Polo si divide sui quattro quesiti, rifugiandosi nella “libertà di voto” pur di non scontentare qualche anima di Futuro e Libertà, nel centrosinistra, reduce dall’entusiasmanti conquiste di Milano e Napoli, è scoppiata la pace.
Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, che fino a poche settimane fa non aveva ancora aderito alla campagna per il SI’, non avendo fino ad allora condiviso la battaglia per l’acqua pubblica, si è detto “fiducioso di poter raggiungere il quorum” ed ha accolto la proposta di altri pezzi di centrosinistra, fra cui l’IdV di Di Pietro e i Verdi, a lavorare ad una piazza unitaria di tutto il centrosinistra, aperta a comitati, movimenti e associazioni, in occasione della chiusura della campagna elettorale per i referendum, la prossima settimana.

L’incognita leghista – Ma non c’è solo la ritrovata unità del centrosinistra, che tanto ha pagato a Milano, a turbare i sogni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Non più di 20 giorni fa, infatti, perfino il senatur Umberto Bossi aveva definito “attraenti” i quesiti per la ripubblicizzazione dell’acqua; un segnale, presto rientrato nei ranghi dell’unità di facciata utile a portare avanti l’avventura di Governo, che palesa la realtà di una base leghista che, soprattutto al nord, vede di buon occhio il voto referendario.
Non è un mistero, d’altronde, che lo scorso anno, quando il Comitato per l’Acqua Bene Comune raccolse oltre 1 milione e 400 mila firme, al nord furono proprio i militanti e gli elettori della base leghista a portare un importante contributo.
Dopo le batoste di Milano e di altri comuni un tempo monocolore leghisti non è poi da escludere che la base leghista scelga di andare a votare il 12 e 13 giugno con l’intenzione di punire proprio Berlusconi e una maggioranza che, chiusa nei palazzi di “Roma ladrona”, non riconoscono più.

“Exit strategy”: libertà di voto –  Presa coscienza del rischio di dover affrontare una nuova sconfitta politica, dopo il travagliato turno amministrativo, Berlusconi, riuniti i vertici del Popolo delle Libertà, ha comunicato che, pur ritenendo “paradossali” i referendum e “assurda” la decisione della Consulta, il partito lascerà “libertà di voto” per “sentire l’opinione degli italiani”.
Un tentativo in extremis, dopo mesi di una campagna serrata a difesa del nucleare, della privatizzazione dell’acqua e delle norme “ad personam” sulla giustizia, che lascia intravedere un fin troppo evidente tentativo di depotenziare il peso politico della consultazione.
Una manovra per uscire indenne dal voto di cui conosceremo l’esito fra non più di una settimana; e quasi tutto, in ogni caso, dipenderà dalla capacità dei promotori di raggiungere l’agognata soglia del 50%+1 di affluenza.

Mattia Nesti