Pensioni: giovani ancora lontani dalla previdenza complementare

Gli ultimi dati presentati confermano senza alcun dubbio che il ricorso alla previdenza integrativa è ancora scarso tra i giovani. A ricordarlo, stavolta, è il presidente dell’Inps Antonio Mastropasqua, per il quale “l’Inps può e sta svolgendo un ruolo con le parti sociali, ma la soluzione non può essere il 23% delle persone che aderiscono al fondo complementare”.

Allarme previdenza complementare. “È allarmante la percentuale di iscritti al fondo di previdenza complementare in Italia, rispetto al 91% di iscritti negli altri paesi europei. Se la promozione di questi strumenti non funziona  qualcosa va fatto: non so se la soluzione sia portare il fondo all’Inps, non spetta a me la decisione, ma e’ evidente che il mercato non sta rispondendo alla proposta”, ha affermato Mastropasqua.

Soluzioni e ritardi. Il problema cardine evidenziato dal presidente Inps è che le pensioni che domani prenderanno i giovani a fine mese saranno molto basse e non gli permetteranno di mantenere un adeguato stile di vita, sebbene non manchino le opportunità per affrontare tale problema. Le opportunità di investimento, secondo il rapporto Inps, sono tante e diverse e i rendimenti registrati negli ultimi tempi si sono fatti anche ben apprezzare. I costi, ancora, sono molto bassi rispetto a tutte  le altre tipologie di fondo e la tassazione favorevole, ma nonostante tutto solo il 27% dei lavoratori decide di aderire.
Le motivazioni, secondo il rapporto, sono, principalmente, la mancanza di fondi da versare e la scarsa fiducia verso il sistema finanziario, senza trascurare vecchi problemi di natura culturale e un mancato senso di responsabilità da parte dei giovani verso la vecchiaia, vista sempre come molto lontana.
Il risultato, come evidenziato dall’economista Felice Roberto Pizzuti nel Rapporto sullo Stato sociale 2011, è che fino a prima degli anni Novanta un ex dipendente con 40 anni di contributi e 60 anni di età poteva contare su un trattamento pari al 77% dell’ultima paga. Un soggetto con le stesse caratteristiche, che si ritirasse nel 2035, avrebbe una pensione pari al 58% del salario e potrebbe arrivare al 66% rinviando la quiescenza a 65 anni. Chi restasse precario sempre, e andasse in pensione a 65 anni con 40 anni di contributi, avrebbe il 49% del salario come pensione e solo il 42% se le annualità contributive fossero 35. Per un precario permanente, figura che con l’ormai elevata flessibilità del mercato del lavoro non può nemmeno più considerarsi un ‘esempio limite’, raggiungere 40/45 anni di contribuzione sarà, dunque, alquanto difficile.

Marco Notari