Referendum acqua pubblica: le ragioni del sì e del no

Referendum acqua pubblica. I quattro referendum abrogativi per i quali gli italiani sono chiamati a votare il 12 e il 13 giugno vertono sulla possibilità o meno di costruire centrali nucleari in Italia, sul legittimo impedimento a presentarsi ai processi per alcune tra le più alte cariche del Governo e sulla gestione delle risorse idriche. In quest’ultimo caso, al quale attengono due quesiti, bisognerà scegliere se mantenere quest’ultima nelle mani del pubblico od obbligare (almeno) alla privatizzazione parziale nella misura del 40%. Quest’ultima è la situzione attuale.  Bisgonerà poi decidere se permettere che i privati carichino la bolletta di circa il 7%, per sopperire ai costi dovuti agli investimenti necessari all’ammodernamento degli impianti, cosa attualmente consentita per legge. I referendum sull’acqua pubblica, considerato bene comune e quindi di tutti, sono identificati dalla scheda rossa e dalla scheda gialla. In Italia i referendum sono abrogativi, vale a dire che votando sì, la norma attuale, se si raggiunge il quorum (50% degli aventi diritto più uno) e c’è la maggioranza, viene cancellata.

Le ragioni del sì. Mettendo la croce sul sì della scheda rossa, si rende di fatto inefficace il decreto Ronchi del 2009, che attualmente permette ai privati di entrare nella gestione degli impianti idrici, con capitali non inferiori al 40% del totale. Sostanzialmente il pubblico può possedere fino (ma non è detto) al 60% del patrimonio disponibile. Le ragioni del sì, sostenute da un gran numero di comitati di cittadini, prendono spunto dal rischio che a governare gli impianti idrici sarebbero poi mere logiche di mercato. “L’acqua non si vende” è lo slogan più utilizzato dai fatuori dell’abrogazione del decreto Ronchi (poi convertito in legge). Quindi fanno la loro parte anche motivi prettamente etici. A sostegno di suddetta tesi, sono stati portati diversi esempi di gestione privata che non avrebbero portato alcun beneficio, contestualmente ad un aumento apparentemente ingiustificato della bolletta. Antonio Filippi, responsabile energetico CGIL cita tre casi: “Bastano tre esempi – ha detto il sindacalista –  Aprilia: una città che ha affidato ai privati la gestione dell’acqua e che ora vede centinaia di cittadini in tribunale contro l’aumento delle bollette che sono praticamente triplicate. Un altro esempio eclatante riguarda Arezzo dove sta esplodendo il contenzioso contro la società privata che gestisce l’acqua e che è responsabile di un aumento incredibile degli sprechi e della lievitazione delle tariffe che sono più che triplicate. Un terzo esempio riguarda la Sicilia dove ormai l’acqua pubblica è in mano quasi esclusivamente ai privati con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti”. Un analogo ragionamento viene fatto sul quesito corrispondente alla scheda gialla. Caricare la bolletta dei consumatori di circa il  7% e comunque a seconda del capitale investito, non farebbe altro che aumentare i costi che già gravano sui cittadini, senza che per forza sussista un miglioramento significativo.

Le ragioni del no. La prima obiezione che viene fatta è quella che distingue la cosiddetta “privatizzazione dell’acqua” dalla privatizzazione dei servizi ad essa attinenti. Il referendum identificato con la scheda rossa verte sull’ultima questione. L’acqua infatti rimarrà pubblica. Ragioni principalmente economiche sottendono alle motivazioni del no. Gli impianti idrici italiani sono decisamente vecchi e vanno necessariamente modernizzati. Per fare questo servono decine di miliardi di euro (numeri che pare oscillino tra i 60 e i 120 miliardi), che una proprietà esclusivamente pubblica non sarà mai in grado di trovare. Permettere ai privati di entrare nella gestione degli impianti idrici significa, a detta dei fautori del no, semplicemente portare soldi. Imprenditori privati con rilevanti capitali e disponibili ad investirli e da qui nasce il collegamento anche al secondo quesito, quello posto sulla scheda gialla. La legge permette attualmente una remunerazione dell’investitore, da caricare in bolletta . Un imprenditore privato deve chiaramente guadagnare dal suo investimento, dato che, come è ovvio, quello è sostanzialmente il suo lavoro. La questione però si può porre anche “al contrario”. Se quello stesso imprenditore vuole avere un beneficio economico, deve investire. Sarebbe proprio il suddetto investimento a permettere la modernizzazione degli impianti idrici italiani, non gravando così sul bilancio pubblico, già piuttosto in crisi.

A.S.