Referendum, voto politico? Italiani hanno detto no a leggi del governo Berlusconi

Il quorum è stato battuto dopo sedici anni e adesso il batticuore potrebbe spostarsi tra le fila della maggioranza, palpitazioni dovute all’ansia. Quella derivante dal timore che il risultato proveniente dalle urne sui quattro quesiti referendari possa diventare, forse ancor più delle recenti elezioni amministrative, una cartina di tornasole per evidenziare un presunto scollamento tra il Governo e il Paese.
In queste prime ore successive alla chiusura dei seggi, tra analisti politici, giornalisti schierati e non, membri del centrodestra e dell’opposizione, si discute molto sul valore politico del referendum. C’è chi dice che si tratta dell’espressione della volontà degli elettori su tematiche ben precise come l’acqua, l’energia nucleare e l’uguaglianza davanti alla legge, e c’è invece chi invoca le dimissioni da parte dell’intero Consiglio dei ministri, a partire dal premier Silvio Berlusconi.

Chi ha fatto quelle leggi? – La validità politica di un risultato elettorale sull’intero territorio nazionale dovrebbe essere un presupposto ovvio per chiunque si approcci in maniera imparziale alla dialettica democratica. Le leggi che più della metà degli italiani ha deciso di abrogare sono state tutti parti dell’attuale maggioranza che, evidentemente, non ha saputo interpretare in maniera corretta la volontà dell’elettorato.
L’aver auspicato la privatizzazione dell’acqua o la realizzazione – seppur in un futuro prossimo e dopo previa valutazione dei rischi a livello continentale – di nuove centrali nucleari sono da intendersi come due fallimenti nella lettura delle esigenze della popolazione e sarebbe dunque logico prenderne atto, ancor prima di intravedere in essi una carta da giocare ai fini di accelerare un avvicendamento alla guida del Paese. Stesso discorso vale per il legittimo impedimento: a quanto pare, non sono molti – o comunque non sono in quantità sufficiente – coloro che pensano che l’articolo 3 della Costituzione sia soltanto un aforisma beffardo.

Che fine ha fatto re Mida? Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fino a poco tempo fa sembrava essere capace di volgere a proprio favore qualsiasi disputa elettorale. Bastavano un paio di interviste, qualche promessa, magari una barzelletta e il gioco era fatto: in un modo o nell’altro, gran parte degli italiani sarebbe stata capace di accettare la sua lettura della realtà, anche qualora quest’ultima apparisse nella vita di tutti i giorni terribilmente diversa. Peggiore.
Adesso l’incantesimo sembra essere svanito, anzi in una sorta di buffo contrappasso pare aver capovolto la propria efficacia: il Premier negli ultimi mesi è incorso in così tanti errori che non bisogna più stupirsi se nella coalizione di centrodestra ci si inizia a guardare in faccia chiedendosi se non si sia giunti al capolinea di una stagione politica che va avanti da ben diciassette anni.
La conduzione delle campagne elettorali in vista del doppio turno delle amministrative dello scorso mese, in cui Berlusconi ha estremizzato il concetto di personalizzazione della politica parlando, più che di programmi, dei propri problemi con la giustizia, e la recente dichiarazione di astensionismo al referendum – che ha fatto seguito alla sconveniente ammissione di voler, con il decreto Omnibus, soltanto rinviare la creazione delle centrali nucleari e dunque aggirare lo scoglio rappresentato dal voto popolare – sembrano aver attirato contro il centrodestra un moto d’orgoglio da parte di quegli elettori che, destatisi da un torpore non più soddisfacente, hanno voluto rivendicare la propria coscienza critica.
Ipotizzare quali saranno i prossimi scenari non è facile: se una capacità deve essere riconosciuta a Berlusconi, è quella di sapersi risollevare dalle ceneri, interpretando la caduta soltanto come una romantica sosta tra la polvere di stelle. Solo che, purtroppo per il Premier, forse non sono più molti quelli disposti a continuare ad ascoltare le favole.

Simone Olivelli