Rererendum Acqua: i comitati contro Vendola

Il Comitato referendario pugliese “2 Sì per l’Acqua Bene Comune” non va in vacanza: giusto il tempo di concludere i festeggiamenti per la vittoria nazionale dei referendum di domenica e lunedì, e gli attivisti del Comitato si sono precipitati a seguire le sorti dell’acqua pubblica della loro terra, al centro di una controversa legge in discussione presso il Consiglio Regionale.
Così, mentre il Governatore Nichi Vendola afferma di aver sancito con questa normativa “il principio dell’acqua bene comune”, il Comitato ha articolato la propria critica contro un provvedimento “non in grado di garantire l’erogazione gratuita del minimo vitale e, quindi, il diritto all’accesso all’acqua potabile”.

“La Puglia per l’acqua bene comune”? – Il leader di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola si è affidato alle pagine del sito ufficiale del suo partito per rivendicare l’azione della giunta regionale pugliese.
“Il giorno dopo il referendum, in cui 25 milioni di italiani hanno affermato il principio dell’acqua bene comune, – ha spiegato Vendola – il Consiglio regionale di Puglia produce un risultato importante in questa direzione, approvando a maggioranza il disegno di legge ‘Governo e gestione del Servizio idrico integrato – Costituzione dell’Azienda pubblica regionale ‘Acquedotto pugliese (Aqp)’ che trasforma l’Agp da società per azioni a ente pubblico”.
“Dopo la consultazione referendaria, – si legge nella chiusa del comunicato – siamo stati i primi in Italia a legiferare sulla gestione pubblica del servizio idrico, iniziativa questa che risponde alla meravigliosa domanda di cambiamento e di difesa dei beni comuni che si è espressa nei referendum”.

Acqua pubblica? Solo a metà! – La versione dei fatti di Vendola non ha, però, trovato concordi gli attivisti del Comitato referendario per l’Acqua Bene Comune che, dopo aver seguito i lavori del Consiglio regionale, hanno diramato una nota che porta avanti una critica dei “punti principali del testo approvato, rinviando la valutazione complessiva a un’analisi più approfondita appena questo sarà reso disponibile”.
Il Comitato, in particolare, contesta che il testo giunto in aula, modificato a colpi di emendamenti, sia sostanzialmente diverso da quello elaborato lo scorso anno nel corso di una serie di incontri che avevano visto la partecipazione dell’amministrazione regionale e del Comitato, rappresentativo di tutte le realtà provinciali e territoriali.

I punti critici della legge pugliese – Nel comunicato stampa diffuso ieri, il Comitato ha evidenziato come, secondo la normativa approvata dalla Regione, “l’erogazione gratuita del minimo vitale resti legata esclusivamente all’avanzo netto annuale di gestione” e come questo “non sia accettabile se si vuole garantire realmente il diritto all’acqua potabile affinché non sia solo una mera dichiarazione di principio“.
Inoltre “l’articolo che faceva riferimento all’amministratore unico nominato e revocato dal Presidente della Regione sentita la Giunta è rimasto invariato nonostante la proposta di un ulteriore emendamento che stabilisse la scelta, almeno del direttore generale, attraverso concorso pubblico. – si legge ancora nel comunicato – Si prende atto che anche questa proposta non ha trovato accoglimento nell’articolato della norma, lasciando ancora una volta la scelta in capo esclusivamente al Presidente della Regione e, quindi, a una forte influenza di carattere politico-partitico“.

Ci stiamo mobilitando per chiedere che venga approvato il ddl originario, o quanto meno ritirato questo, anche a partire dai risultati referendari. – ha commentato a caldo la portavoce del Comitato pugliese Margherita Ciervo, intervistata da “Altreconomie” – Ma sembra che il governo regionale sia completamente sordo”.

Mattia Nesti