Pontida: Bossi punge il Cavaliere e Tremonti, ma non stacca la spina

Più di 30 minuti di discorso per convincere i suoi. Umberto Bossi, dal palco di Pontida, ha ieri firmato un intervento agrodolce nei confronti del governo. Nella sua analisi, il Senatur non ha mancato di rivolgere “stilettate” agli amici Silvio e Giulio, ma lo strappo non è avvenuto. L’impressione è che il leader della Lega si sia sentito in dovere di formulare giudizi severi sui suoi compagni di governo per imbonire la folla delusa, ma che al momento cruciale (quello in cui avrebbe dovuto annunciare la presa di posizione muscolare) abbia scelto di non osare troppo. “Non saremo noi – ha detto Bossi ai leghisti sul prato padano – a mandare in malora il Paese perché adesso farebbe solo comodo alla sinistra”.

Piccole punture tra alleati – Se si volesse sintetizzare in una battuta il senso del discorso scandito ieri da Umberto Bossi dal palco di Pontida, si potrebbe ricorrere alla seguente espressione: fare male, ma non troppo. Già, perché il Senatur, ieri in grande spolvero, ha arringato i militanti leghisti giunti da ogni angolo della Padania, pungendo sia il presidente del Consiglio che il ministro dei conti pubblici ma senza mai affondare del tutto. Piccole punture, volte a consegnare ai diretti interessati messaggi ben precisi, ma ancor di più a dimostrare alla base insoddisfatta (e scossa dai recenti scivoloni elettorali) che la Lega ce l’ha ancora duro e, se vuole, non guarda in faccia a nessuno.

La disapprovazione all’interno del governo – Una dimostrazione di “mascolinità” politica che non ha convinto fino in fondo, se è vero (come è vero) che al momento clou il leader del Carroccio ha scelto di non staccare la spina o di impensierire troppo il premier. Semmai si può notare che il numero uno della Lega (definito da Roberto Calderoli, che gli ha rubato la scena per una manciata di minuti, “il capo”) ha voluto più volte rimarcare il proprio disappunto per alcune misure adottate dal (suo) governo e non ha lesinato “stoccate” non tanto (come prevedibile) a Silvio Berlusconi, quanto soprattutto all’amico Tremonti, salutato da molti come il papabile nuovo premier sponsorizzato dai padani.

Le critiche a Tremonti – Tra i leghisti e Giulio Tremonti l’idillio sembra essere finito o per lo meno sembra che gli esponenti del Carroccio abbiano deciso di assumere una posizione ben più critica nei confronti della linea “lacrime e sangue” sostenuta strenuamente dal ministro dell’Economia. “Serve una riforma del fisco – ha detto Bossi – e poi ci sono delle cose come Equitalia che non ha fatto neanche la sinistra e che si sono rivelate esagerate”. Da qui il messaggio rivolto agli allevatori (spesso privati dei loro trattori) e alla gente che ha dovuto cedere la casa o la macchina per onorare il debito contratto con lo Stato: “Siete stati truffati“, ha tuonato il leader delle camicie verdi. E ancora: “Caro Giulio – ha insistito Bossi – se vuoi avere ancora i voti della Lega in Parlamento non toccare più gli artigiani e le piccole imprese, altrimenti metti in ginocchio il Nord”.

Contro le missioni di pace – Un ultimatum a tutti gli effetti, che ha fatto il paio con la preghiera di reperire nuove risorse che consentano l’avvio di una riforma fiscale seria. “I soldi si possono trovare – ha detto Umberto Bossi – basta non finanziare più le missioni di pace, o di guerra, che ci costano tantissimo. A cominciare da quella in Libia, che come aveva detto Maroni, ci ha portato un sacco di clandestini”. Non solo: “Bisogna riscrivere il patto di stabilità – ha continuato il Senatur rivolgendosi ancora a Giulio Tremonti – perché non è possibile che i Comuni virtuosi abbiano le casse piene di soldi che non possono spendere”.

L’altolà al Cavaliere – Quanto al presidente del Consiglio: “Non c’è nulla di scontato – ha iniziato il Senatur – Sulla leadership di Berlusconi può darsi che la Lega dica stop e non è affatto detto che alle prossime elezioni ci alleeremo con lui. Dipende se ascolterà le nostre richieste”. E ancora: “Sul trasferimento dei ministeri – ha rivelato Bossi ai suoi fan – Berlusconi aveva detto sì e poi si è cagato sotto”. Dichiarazioni impietose, che non sono comunque culminate nella considerazione finale che buona parte dei leghisti giunti a Pontida sperava di sentire. Anzi: “Non ci prenderemo la responsabilità di fare andare in malora il Paese – ha spiegato il leader del Carroccio – perché se adesso facciamo cadere Berlusconi favoriamo la sinistra. Saremo tutti insieme a decidere, io verrò tra voi ovunque e – ha concluso – decideremo insieme le cose da fare”. Appunto: fare male, ma non troppo.

Maria Saporito