Antonio De Robertis: quello del Museo di Amsterdam non è il ritratto di Theo

Il Signor Antonio De Robertis, grande esperto dell’opera e della figura di Vincent Van Gogh, non è affatto d’accordo con gli studiosi del Museo di Amsterdam. Recentemente è stato pubblicato un lavoro atto a spiegare che il celebre “Autoritratto” di Van Gogh altro non è che il ritratto di suo fratello Theo. Antonio De Robertis confuta con foga la tesi di cui sopra.

Salve Signor De Robertis; ci spieghi il motivo per cui non si trova d’accordo con gli studiosi del Museo di Amsterdam. Perché si tratterebbe, secondo lei, di un autoritratto?

La questione riguardante il confine labile che c’è in questo caso tra autoritratto e ritratto di Theo, è già stata da me affrontata in uno dei miei libri: “Il Ritratto senza nome & il nome senza ritratto – Van Gogh – Tutti i ritratti e i nomi sconosciuti da Anversa ad Auvers”, pubblicato da Soleils Edizioni nel duemilanove. Mi affidai esclusivamente a ciò che si vede. Seguendo la prassi  la prassi ricorrente negli altri quasi quaranta autoritratti, ho sciolto dubbi che coinvolgevano anche la sfera economica di valutazione delle opere. Il problema attuale si era già posto per un altro autoritratto,dove

l'innata eleganza di Theo nel vestire e nel porsi, nonché una sconcertante somiglianza con le foto dell'epoca, sembrava far pensare a un suo ritratto. Anche lì, come in questo ultimo e parallelo quadro, il particolare della giacca con i bottoni a sinistra anziché a destra mi aveva fatto desistere dal cedere alla pur ghiotta e suggestiva ipotesi. Tale particolare dimostra che Van Gogh dipinse sé stesso allo specchio: la moda maschile impone da più di duecento anni che i bottoni vengano messi al contrario di come appaiono negli autoritratti di Van Gogh. In un altro capitolo cercai, ad esempio, di dimostrare il perché l’unico presunto autoritratto senza barba fosse, invece, il ritratto del fratello minore Cornelis in tuta da operaio. Il motivo che si trovava dietro la mia ipotesi era sempre,oltre alla somiglianza con foto d’epoca, la questione dei bottoni sulla blusa.
Il rapporto fra Vincent e Theo era morboso e simbiotico al punto che il celebre pittore definì il fratello "il coautore dei suoi quadri". Partendo da ciò non è possibile che Van Gogh non abbia dato troppa importanza alle differenze fisiche fra sé ed il fratello ed abbia ritratto sé stesso allo specchio conferendosi i tratti peculiari di Theo? Il soggetto nel quadro non potrebbe essere una sorta di "ibrido"?
No. Quest’ipotesi non mi convince: troppo cervellotica per un pittore che ha fatto della ricerca della verità uno dei cardini della sua ritrattistica. “Ibrido” è una parola grossa e che fa venire i brividi se riferita a Van Gogh. Per capire che tipo fosse Vincent posso raccontare un aneddoto. Una volta scrisse una letteraccia all’amico Bernard che si divertiva insieme a Gauguin nell’autunno del milleottocentottantanove ad autoritrarsi come Gesù nell’orto del Getsemani. Van Gogh si ostinava e dannava per far vibrare la verità in ogni singola fogliolina degli ulivi: la parola “ibrido” non gli si addice proprio.
 
Grazie mille, Signor De Robertis.
Martina Cesaretti