Fra la Grecia e Confindustria, si spacca la CGIL

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:38

Solamente due mesi fa, il 6 maggio, milioni di lavoratori e lavoratrici aderivano allo sciopero generale indetto dalla CGIL, riempiendo le piazze di tutta Italia e dando vita a cortei oceanici in molte città.
In piazza si vedevano, per la prima volta ad uno sciopero generale, presenti in forze anche settori solitamente tiepidi (come il commercio), e tanti giovani, studenti, precari e disoccupati; e, ancora, i movimenti referendari per i beni comuni, per la pace, per i diritti delle donne…
La CGIL, che da mesi sosteneva, sola, uno scontro frontale contro Governo e Confindustria, dimostrava nei fatti di poter godere di un sostegno popolare largo e, in parte, perfino inaspettato.
I venti di cambiamento che avevano spirato alle elezioni amministrative e in occasione dei referendum sui beni comuni, avevano fatto credere a molti che la partita si potesse davvero riaprire, e che il più grande sindacato del Paese avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento inflessibile e al tempo stesso di massa; per tutte queste ragioni la decisione di Susanna Camusso di sottoscrivere l’accordo su contratti e rappresentanza con Cisl, Uil e Confindustria, ha fatto esplodere le contraddizioni interne alla CGIL e la delusione di tanti lavoratori.

La firma raccontata dai “padroni” – A mettere in evidenza la rilevanza dell’accordo raggiunto nella serata di ieri, cui i sindacati confederali e Confindustria sono giunti dopo sei ore di trattative, è stato per primo “Il Sole 24 Ore”, notoriamente il quotidiano più vicino agli ambienti degli apparati economico-finanziari del Paese.
In un puntuale report del contenuto della controversa intesa, l’articolo de “Il Sole” si sofferma su tre elementi centrali: l’impegno delle tre sigle confederali a ritenere valido qualsiasi accordo aziendale venga raggiunto con il parere positivo della maggioranza delle RSU (senza necessariamente un parere vincolante dei lavoratori) o delle RSA (in questo caso prevedendo un referendum); l’introduzione delle “intese modificative”, possibili deroghe aziendali al contratto nazionale su prestazione lavorativa, orari e organizzazione del lavoro; e, infine, il principio della “tregua sindacale”, che impedirà ad una singola di sigla di convocare uno sciopero contro un accordo approvato dalla maggioranza delle RSU.

La FIOM: è uno scippo di democrazia – L’intesa interconfederale fra CGIL, Cisl e Uil e i principi delle “intese modificative” e della “tregua sindacale” sono elementi che, se fossero stati approvati un anno fa, avrebbero vanificato qualsiasi possibilità di lotta da parte della FIOM nelle vertenze degli ultimi mesi e, in particolare, di Pomigliano e Mirafiori.
Non a caso proprio il sindacato dei metalmeccanici ha aperto il fuoco di sbarramento contro Susanna Camusso, affidandosi agli interventi dell’ex segretario Gianni Rinaldini e dell’attuale leader Maurizio Landini.
Non è credibile che, in una trattativa così complicata, abbiano fatto tutto nel giro di poche ore. – ha spiegato Rinaldini – Viene siglato o firmato un accordo assolutamente misterioso per i segretari generali di categoria e il coordinatore di un’area nazionale della Cgil; esiste ormai un problema di democrazia nella vita interna della Cgil”.
Nel merito dell’accordo “il meccanismo individuato prevede che attraverso la «certificazione» (un mix tra iscritti e voti alle rsu) le organizzazioni che superano il «50%+1» possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi. Questo è devastante. E’ un suicidio della CGIL“.

E perché la CGIL dovrebbe mai suicidarsi? Ambigua e fin troppo chiara al tempo stesso è la replica di Rinaldini: “Non vorrei che fosse per le cosiddette «ragioni politiche»… Una divisione sindacale può creare problemi a partiti che in tutti questi anni si sono limitati a dire «fate l’unità», per evitare di pronunciarsi sul merito”.

Landini: referendum interno alla CGIL – “Non siamo d’accordo e chiediamo che ci sia un pronunciamento dei lavoratori o almeno degli iscritti. – ha rincarato il segretario generale Maurizio Landini – A loro diremo che questo accordo non ci piace e non andrebbe firmato.
Troviamo pericolosa l’apertura sulle tregue sindacali perche’ condiziona e vincola tutti e in tutto ciò non e’ mai previsto il voto dei lavoratori“.
La minoranza interna alla CGIL, che fa capo alla FIOM, sulla carta dei dati congressuali, vanterebbe un peso del 20%. Al netto dei lavoratori attivi, e delle reazioni che un simile accordo potrebbe suscitare, un referendum fra gli iscritti CGIL potrebbe riservare grandi sorprese.

Alla vigilia di un autunno italiano con sfumature “greche” che vedrà entrare a pieno regime le conseguenze delle manovre e dei provvedimenti “lacrime e sangue” approvati dal Governo e voluti dall’Unione Europea per provare a uscire dalla crisi a colpi di “rigore” sferrati su lavoratori, giovani e pensionati, la CGIL potrebbe così ritrovarsi a fare i conti con se stessa, e con le contraddizioni del soggetto di massa più grande del nostro Paese, capace di muovere come nessun altro milioni di lavoratori e, al tempo stesso, vittima delle sue fin qui insanabili debolezze: un bacino di iscritti sempre più anziano (basti pensare al peso specifico del SPI), un legame duro a morire con gruppi dirigenti ex comunisti che oggi si sono trasformati in “democratici” simpatizzanti di Marchionne e di ricette economiche ben lontane dalle proposte del sindacato, l’incapacità di tracciare una strada sul lungo periodo che prescinda dalla logica concertativa e di unità ad ogni costo con Cisl e Uil.

La sfida, essenziale, non può che essere raccolta da Corso Italia. Primo appuntamento fissato per l’11 e 12 luglio prossimi, con la riunione del Direttivo Nazionale CGIL.

Mattia Nesti