Tangenti: Trovati 11mila euro in contanti a casa di Penati

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:13

Milano –Depositate nuove carte nell’inchiesta su Penati. In un’informativa si dà conto della perquisizione avvenuta in casa dell’ex presidente della Provincia. Oltre al denaro anche una chiavetta per una cassetta di sicurezza in una banca milanese.

11mila euro – Si tratta di sessantasei banconote per un conto finale di 11 mila euro. Sono i soldi ritrovati in tre distinte stanze dell’appartamento di Filippo Penati, lo scorso 20 luglio, dalla Guardia di finanza.
Tutte le banconote ora compaiono nei documenti allegati all’inchiesta dei pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, in cui Penati e altre 18 persone, risultano indagati per reati che, a vario titolo, li accusano di corruzione, concussione, turbativa d’asta, finanziamento illecito ai partiti.
C’è dell’altro, nel corridoio dell’appartamento dell’ex vice presidente regionale del Pd, è stata sequestrata una “cartelletta azzurra” dal titolo “Trasporti Sesto” che, annotano i militari, “conteneva la rassegna stampa e i comunicati stampa inerenti la linea 712 Sesto-Cinisello e il contenzioso della Caronte srl“.

La perquisizione – Durante la perquisizione è stata rinvenuta anche una chiave di una cassetta di sicurezza di una banca milanese. I finanzieri, dopo aver ottenuto il via libera dal pm Mapelli, si sono recati nella filiale, ma il controllo non ha dato i risultati sperati.
Tra le carte sequestrate dieci giorni nello studio di un altro indagato, l’architetto Renato Sarno, è spuntato anche un file intitolato “Documento finanziamento sig. Penati“. Tra le altre carte anche cartelline colorate e denominate “287 Penati Rev.1 Rev.2″, “287 Penati Di Martino Rev.1 aggiornamento Asl”, “287 Penati Di Martino“. Sarno, professionista molto quotato, sarebbe stato tra i finanziatori della campagna elettorale di Penati nel 2009.

L’indagine – Le verifiche della Gdf non si fermano, e partono dalle dichiarazioni dei due pentiti dell’inchiesta che ha travolto il Pd di Sesto San Giovanni. Tra i testimoni convocati nella caserma milanese di via Filzi, ci sono diversi imprenditori che hanno ricostruito il clima in cui, nell’ex Stalingrado d’Italia, venivano assegnati appalti comunali.

Matteo Oliviero

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