Melania, Parolisi è innocente: il documento della difesa

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:26

«Sono innocente», è quanto ha ribadito davanti ai giudici del Tribunale dell’Aquila Salvatore Parolisi, detenuto nel carcere di Castrogno da circa un mese, in quanto unico indagato per l‘omicidio della moglie Melania Rea, trovata morta a Ripe di Civitella il 20 aprile scorso. Durante l’udienza, tenutasi a porte chiuse e durata cinque ore, il caporalmaggiore del 235° Rav ‘Piceno’ ha finalmente parlato, non aggiungendo, però, nulla di nuovo alla versione dei fatti già rilasciata agli inquirenti di Ascoli Piceno, quando nessuna misura restrittiva era ancora stata emessa nei suoi confronti. Parolisi, dunque, quel pomeriggio del 18 aprile si trovava insieme alla moglie ed alla figlia a Colle San Marco e, poco dopo il loro arrivo, Melania si sarebbe allontanata per raggiungere una toilette, per non fare più ritorno.

Legali chiedono scarcerazione – I difensori di Parolisi, avvocati Valer Biscotti e Nicodemo Gentile, nelle 158 pagine di memoria difensiva presentata ai giudici del Riesame, hanno chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare e la riemissione in libertà del loro assistito, «perchè Salvatore Parolisi è innocente», o, in subordine, «un’altra misura meno afflittiva» o, «in via alternativa gli arresti domiciliari» presso la casa dei genitori a Frattamaggiore: i due legali hanno contestato punto per punto le accuse sostenendo che le indagini sono state «incomplete e lacunose», «a senso unico, con un unico indagato ‘ab initio’: Salvatore Parolisi».

Il documento della difesa – Secondo gli avvocati del caporalmaggiore, l’impianto accusatorio sarebbe «debole, macchinoso» e «trae fondamento non dalle risultanze investigative, ma da personali ricostruzioni cui si perviene non attraverso l’ausilio della logica o del ragionamento inferenziale, ma plasmando i dati, piegandoli, selezionandoli, valorizzando soltanto quelli più idonei a dar conferma all’assunto iniziale, che muove sempre e comunque dalla colpevolezza – ante judicium – di Salvatore Parolisi». «È sempre l’insussistenza di dati indiziari concreti atti ad inchiodare Salvatore Parolisi – hanno sostenuto i difensori – ad aver indotto gli inquirenti ad attribuire interesse investigativo e finanche rilevanza probatoria ad elementi in sè insignificanti, che non hanno alcun collegamento con il delitto». Inoltre, secondo gli avvocati, «tutti i tentativi posti in essere dalla difesa per mettere alcuni punti fermi in questo procedimento, sono stati frustrati sul nascere; se lo stesso materiale investigativo si presta a letture ed interpretazioni diverse, antitetiche, alternative, inconciliabili, non può che concludersi che non sussistono in alcun modo i presupposti per l’emanazione non solo di questa ordinanza cautelare, ma di alcun provvedimento restrittivo della libertà personale nei confronti dell’indagato». Inoltre, le dichiarazioni rese da Parolisi, in qualità di persona informata sui fatti, «sono inutilizzabili contro il medesimo», non solo quando egli avrebbe dovuto essere sentito sin da subito come persona sottoposta ad indagini, ma in ogni caso in cui le sue dichiarazioni potevano comunque arrecargli nocumento». Nella memoria difensiva si parla anche di “insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza” e, a sostegno della veridicità delle dichiarazioni di Parolisi circa la sua presenza a Colle San Marco vengono citate testimonianze e prove raccolte dalla difesa che però, secondo gli avvocati del caporalmaggiore, la Procura avrebbe interpretato in modo accusatorio. Per quanto riguarda l’alibi fornito da Parolisi, inoltre, gli avvocati sottolineano che, sebbene nessun elemento sia in grado di confermare che il caporalmaggiore di trovasse a Colle San Marco il pomeriggio del 18 aprile, nemmeno sussistono elementi in grado di escluderne la presenza: « Soprattutto nessun elemento, nè tecnico, nè dichiarativo, può confermare che fosse a Ripe di Civitella. Concludendo il ragionamento, quindi, al più, potrebbe discorrersi tecnicamente di alibi indimostrato, perchè non provato o fallito, ma non di ‘alibi falsò. Ma l’alibi fallito non può mai costituire, attesa la sua intrinseca equivocità, elemento sintomatico della colpevolezza». Riguardo all‘ora del decesso di Melania, inoltre, secondo gli avvocati Biscotti e Gentile, «Una stima dell’ora della morte sulla base dell’esame del contenuto gastrico è soggetta ad errore anche grossolano e non esiste alcuna certezza sotto il profilo medico-legale che Melania sia morta il 18 aprile». «E se l’intento di Parolisi era quello di condurre la moglie al bosco delle Casermette per ucciderla, perchè farla spogliare? – si chiedono i legali -, perchè lasciarla agonizzante e andarsene?». In conclusione, secondo la difesa, «l’ordinanza impugnata non è sorretta da un quadro accusatorio di indizi gravi che portano chiarezza, univocità interpretativa, precisione e capacità di resistere nel futuro del procedimento», per questo «il provvedimento del Gip di Teramo deve essere annullato».

Francesca Theodosiu