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Sarah, compagno di cella di Misseri scrive un memoriale

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Un’altra voce a commentare il giallo di Avetrana, la cittadina pugliese che poco più di un anno fa fece da set a uno dei casi di cronaca più intricati ma nello stesso tempo grotteschi, quello riguardante l’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne che scomparve il 26 agosto 2010 per poi essere ritrovata cadavere il 7 ottobre.
Per quel delitto sono imputate la zia e la cugina della vittima, ma nella vicenda un posto di rilievo l’ha sempre ricoperto anche lo zio Michele, colui che si autoaccusò dell’assassinio, passando diversi mesi in carcere, per poi cambiare versione svariate volte. Oggi Michele Misseri è libero, seppur in attesa di giudizio poiché accusato di soppressione di cadavere, ma continua a dichiararsi unico responsabile.
Quella che somiglierebbe sempre più a una pantomima se non fosse che ruota attorno all’omicidio di una giovane ragazza, si arricchisce di un nuovo racconto: il compagno di cella di Misseri ha redatto un piccolo memoriale dell’esperienza vissuta insieme a quello che per molto tempo è stato considerato lo ‘zio orco’.

Come Barabba – Questo il testo del memoriale: “Più volte ho parlato con lui, gli compilavo le domandine per i permessi. Mi piaceva dialogare con lui, perché mi faceva pena. Aveva sempre gli occhi lucidi. Mi raccontava di quando faceva il contadino in Germania. Guardava sempre la foto di Valentina sposata e quella di Sabrina che giocava con un gattino bianco. Mi diceva che non aveva stima di Claudio Scazzi, perché quando la sorella era scomparsa non era andato a cercarla. Durante il periodo di Natale, mi disse che stava scrivendo una lettera a Sabrina. Mi chiese se potevo leggerla per dargli dei consigli. Gli dissi che non mi sembrava il caso. Gli dispiaceva che la ragazza si trovasse in carcere da innocente. Mi disse anche che quando accusò la figlia era confuso dai farmaci e soprattutto gli avevano detto che solo così poteva ottenere i domiciliari in un convento dove avrebbe potuto coltivare l’orto. Dopo due anni anche Sabrina sarebbe uscita. Mi disse che solo ora era lucido e non confuso. Con quella lettera voleva dire la verità, che era stato pressato da più persone. Amava molto la moglie, anche se aveva ricevuto una proposta di matrimonio da una donna di Roma. Pregava molto. Un giorno, davanti alla tv, si è commosso nel vedere un militare ucciso in Afghanistan. Aveva in mano la foto della famiglia, voleva restare tutta la vita in carcere e diceva che era come Barabba. Era sempre guardato a vista dalle guardie carcerarie. Non si sarebbe fatto del male se non usciva la verità che era stato lui. Aveva chiesto più volte di parlare con il cappellano del carcere Don Saverio, ma quell’incontro veniva sempre ritardato. Un giorno mi disse che Don Saverio non lo voleva incontrare se non gli diceva la verità nel confessionale”.

S. O.