La società post 11 settembre nell’ultimo romanzo di Will Self

Brillante, tagliente, satirico, Will Self, una delle punte di diamante dell’editoria e del giornalismo britannico, torna nelle librerie italiane con “Una sfortunata mattina di mezza estate” (The Butt il titolo originale), edito da Fanucci, un’analisi pungente e sprezzante della società  post 11 settembre,  a dieci anni dall’infausto anniversario. Un romanzo amaro, distopico che, nell’inconfondibile stile ricco di allusioni e riferimenti alla cultura  moderna, racchiude un’attenta disamina della società contemporanea e dei suoi più oscuri retroscena. Una lettura piacevole e accattivante che fonde gli insegnamenti di Conrad e Kafka, puntando su descrizioni accurate e su un’ironia amara che cattura il lettore fin dalle prime pagine.

Trama – Al centro della vicenda Tom Brodzinski che durante una vacanza in un insolito continente/isola non specificato, decide di smettere di fumare. Una banale disattenzione sancisce, però, la rovina del protagonista. Il mozzicone dell’ultima sigaretta, lanciato dalla finestra della camera d’albergo, atterra sulla testa di un suo conterraneo, l’anziano Reggie Lincoln. Un gesto apparentemente minimo ma che scatena una serie di reazioni a catena. A partire dall’arresto immediato di Tom perché, in un paese ossessionato dalla lotta contro il fumo, una sigaretta è considerata la peggiore delle armi. Per riparare al torto perpetrato, l’uomo intraprende allora un viaggio attraverso le terre deserte del Paese in compagnia della presenza sinistra e misteriosa di Brian Prentice, che a sua volta ha delle pene da scontare. Un viaggio di redenzione attraverso un territorio devastato da una folle guerra e regolato da complesse logiche tribali che vedrà i due uomini scontrarsi per, poi, cercare in tutti i modi di unire le proprie forze, nonostante l’insidia costante della diffidenza, per sopravvivere a quello che si delinea sempre di più come un inquietante e paradossale incubo.

Padronanza stilistica – Una storia di sicuro impatto che con grande padronanza stilistica ricorre all’allegoria per scandagliare in profondità i meandri più reconditi dell’orrore moderno e metterne in discussione le certezze cardine. Una scrittura agile ed intrigante che sfida costantemente i lettori per far percepire loro la precarietà delle categorie attraverso le quali osservano il mondo. Perché come Self stesso ha dichiarato più volte: «scrivere è un’arte simile alla scultura. Non si tratta di costruire cose, ma di rimuovere strati, lavorando il linguaggio per rivelare una figura viva ancora nascosta».

Will Self è uno scrittore e giornalista britannico, edito in passato da Feltrinelli e Mondadori. Nel 1991 ha vinto il Geoffrey Faber Memorial Prize e si è posizionato tra i finalisti del premio Whitbread. Vanta collaborazioni con diverse testate giornalistiche come il Daily Telegraph, Evening Standard, GQ, Independent, Observer, The Guardian, The New York Times, The Times.

In anteprima un estratto di “Una sfortunata mattina di mezza estate”

Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.

— Italo Svevo, La coscienza di Zeno

Affacciato a una delle balconate del residence Mimosa, Tom Brodzinski ciucciava il filtro umidiccio della sua sigaretta e intanto giurava a sé stesso che sarebbe stata l’ultima.

Ma del resto, si rammentò a un tratto, me lo sono giurato già un mucchio di volte. Questa volta, però, sarebbe andata diversamente.

Durante le tre settimane della vacanza dei Brodzinski in quel paese vasto e soleggiato, Tom aveva trovato il divieto di fumare particolarmente invadente. In, e su, ogni ristorante, bar ed edificio pubblico c’erano cartelli intimidatori che minacciavano multe e incarcerazione non solo per i fumatori, ma anche per coloro che, intenzionalmente o meno, permettevano che si fumasse.

Come se non bastasse, delle righe gialle dipinte sui marciapiedi e sulla carreggiata fuori dagli edifici pubblici indicavano dove potevano raccogliersi i fumatori: a sedici metri dall’ingresso.

Misure simili esistevano naturalmente anche nel paese di Tom, ma non sembravano così truci. Inoltre il grosso della popolazione aveva rinunciato da un pezzo a quell’abitudine. Ma qui l’intera vistosa infrastruttura di questa campagna per la salute pubblica appariva, anche agli occhi eticamente indolenti di Tom, non tanto il frutto di un’autorevole moralità civile quanto un’imposizione calata sulla popolazione, poliglotta e pesantemente fumatrice.

E tutto questo aveva irritato parecchio Tom, trasformando quei piccoli interludi di godimento egoistico in accoppiamenti frettolosi e insoddisfacenti con la Divina Nicotina.

Sì, smettere lo avrebbe reso libero da simili vincoli e, nello stesso tempo, sarebbe stato liberatorio anche fare la cosa giusta, guardare in faccia la propria mortalità e le proprie responsabilità di padre, marito e cittadino. No, non avrebbe più sostenuto il proprio individualismo con quel puerile sbuffare fumo.

Tom non era uno sciocco, sapeva bene che fumare era un’attività interessante solo per i fumatori, anzi, alla lunga l’unica che finiva per interessarli. Una volta libero da questa abitudine si sarebbe trovato in un mondo nuovo, dove avrebbe visto le cose con chiarezza e ne avrebbe compreso il significato, invece di essere comandato brutalmente da scritte e segnali.

Pensando di spegnere il suo ultimo mozzicone, Tom si guardò attorno in cerca di un portacenere o di qualunque altro ricettacolo in grado di accogliere il lombrico di cenere. Ma non ce n’erano. Allora guardò oltre la balaustra, verso il balcone di sotto, che sporgeva più del suo dalla facciata del palazzo.

Sotto c’era un anziano anglo sdraiato su un lettino. Le gambe sottili che uscivano dai bermuda erano rese bitorzolute da grumi di vene varicose. Sul petto sgonfio erano distese le pagine color buccia di cipolla di una edizione internazionale del Wall Street Journal. Dall’alto, dove si trovava Tom, del viso del vecchio si vedevano solo un pezzetto di naso e il mento, mentre la pelata si sfaldava sotto un riporto di un lucido alquanto artificiale.

Tom fece cadere la cenere nella mano a coppa, la pressò riducendola in polvere e la soffiò nell’aria umida e pesante. Da sotto gli giunse un rumore di metallo che grattava le piastrelle. Dalle porte scorrevoli che, immaginò Tom, separavano il balcone  dal lussuoso appartamento del vecchio uscì una giovane donna. Molto giovane, a dire il vero.

Indossava solo un sarong avvolto intorno ai fianchi stretti e sinuosi, e dall’alto Tom poté apprezzare la perfezione da orchidea dei seni e la purezza tesa della sua pelle nera e opaca. Doveva venire da una tribù del deserto, pensò, ma che accidenti ci faceva con quella prugna secca del vecchio?

……………………….

La sigaretta era finita. Ne rimaneva solo una zanna di cenere che sporgeva curvandosi all’insù dalla sua gengiva maculata.  La sigaretta era finita – la sua ultima – e Tom si sentì sopraffatto dalla perdita di quella cosa che non aveva mai posseduto: un profondo e primordiale senso di benefica sazietà, una pezza sul suo cuore sbrecciato. Si guardò vanamente attorno un’ultima volta in cerca di quel portacenere che non c’era e poi, senza pensarci, lanciò il mozzicone nell’aria pregna di umidità.

Il mozzicone disegnò un arco, ruotando su sé stesso, poi rimase sospeso per un attimo allo zenit. Tom gli diede un affettuoso addio perché, nel descrivere quella netta parabola, stava delineando la sua nuova bussola morale. Sono un uomo migliore, pensò Tom, un uomo molto migliore. Poi, mentre la cicca precipitava verso il balcone sottostante, Tom ricordò il sogno che aveva fatto la notte prima, mentre si agitava nel suo fetido letto al Tree Top Lodge, lassù nella foresta nebbiosa degli Handrey.

Martha, seduta in una poltrona di vimini, si guardava in mezzo alle cosce aperte, mentre il sangue gocciolava formando una pozza viscida e oleosa sul pavimento.

«Perdo di nuovo sangue, Tom» diceva, in tono basso e velenoso. «Perdo di nuovo sangue, ed è tutta colpa tua.»

Dal balcone di sotto salì un urlo prolungato, come di un animale preso in una diabolica trappola. Dapprima, confuso, Tom immaginò che i ragazzi si stessero azzuffando nell’appartamento e che uno avesse picchiato la testa. Così si voltò verso la porta scorrevole. Ma Martha, che aveva sentito anche lei il grido, era già sulla soglia, le tette appena uscite dalla doccia che debordavano dall’asciugamano di spugna.

Insieme si avvicinarono alla balaustra e guardarono di sotto. Il vecchio era appallottolato sul lettino. Le sue mani e quelle della giovane amante stavano frugando nel riporto scompigliato sul suo cranio fumante.

«Oddio! Mi dispiace!» gridò Tom dall’alto, resosi conto di quanto era accaduto. «Ero soprappensiero!»

Sempre dibattendosi e urlando, il vecchio lo guardò con occhi accusatori. L’amante indigena aveva trovato quel che cercava e stava spazzando via dal lettino i resti fumanti del mozzicone, spargendoli sulle piastrelle bianche.

«Si può sapere perché cazzo lo hai fatto?» domandò sprezzante. «Eh? Maledetto idiota!»

Valentina De Simone