Intervista a Shane Meadows: “Io, regista skinhead, amante del neorealismo”

Intervista – A pochi registi riesce il colpaccio: girare un film smaccatamente indipendente e ottenere ambìti riconoscimenti internazionali. Shane Meadows, regista e sceneggiatore inglese classe 1972, c’è riuscito. This is England, il suo ultimo film, uscito nelle sale italiane il 26 agosto (ben 5 anni dopo la sua uscita nel Regno Unito) ha raccolto una messe di consensi da parte della critica: Gran Premio della Giuria al Festival del cinema di Roma, Miglior Film ai Bafta (gli Oscar britannici) e due riconoscimenti al British Indipendent Film Award. Con un piglio asciutto, personale e mai ruffiano Meadows (professionalmente parlando, figlio illeggittimo di Ken Loach) racconta in This is England l’Inghilterra di ieri e di oggi – quella della Tatcher, per capirci, che non sembra poi tanto diversa da quella di Gordon Brown. Ma This is England è anche la storia di un’intera generazione, quella degli anni’80, di cui Meadows – ex-Skinhead – ha fatto attivamente parte.

Quanto c’è della tua storia personale in questo film?

This is England è il mio film più personale fino ad oggi.  Shaun, il protagonista, è grosso modo basato su me stesso.  È più o meno la mia biografia. Era esattamente questo l’ambiente.  Sono arrivato ad essere uno skinhead attraverso mia sorella che ne frequentava uno e lui mi ha insegnato il sistema, mi portava fuori nei viaggi di caccia delle gang e mi ha fatto conoscere il reggae.  La prima metà del film è com’è stato veramente.  Il nocciolo del film è Shaun da solo, nella parte iniziale e finale, e poi nel mezzo con queste due persone molto forti e molto diverse.

Il giovane Thomas Turgoose, protagonista del film, non è un attore professionista ma è stato letteralmente preso dalla strada. Perché? Pensi che questo renda il suo personaggio più realistico?

Io credo che tutti abbiano la capacità di recitare, ma il problema dell’utilizzo di attori che hanno avuto un insegnamento drammatico è che loro ci mettono un accento e un atteggiamento che non riflette loro stessi. A me piace che gli attori siano in grado di fingere e lavorare con una trama, ma che siano anche capaci di non essere qualcuno totalmente diverso da ciò che loro sono. In ogni interpretazione gli attori portano sempre qualcosa di se stessi nel personaggio. È molto importante perché aggiunge qualcosa all’onestà dell’interpretazione. Tom è stato veramente fantastico perché è stato sempre molto onesto e si identificava con il personaggio. Lo hanno fatto anche gli altri ragazzi. Sul set siamo riusciti a farli diventare una gang. Gli abbiamo mandati fuori a fare delle cose, prendere dei soldi, comprare robe che loro trovassero divertenti e altre cose così, in modo che loro stessi sviluppassero naturalmente il concetto di “gang”.

Nel tuo film si vede soprattutto l’Inghilterra periferica, dei sobborghi e delle East Midlands, lontana dalle scintillanti strade di Londra. E’ il tuo modo di decostruire il mito della “Grande” Bretagna?

Non sono di Londra e non vivo lì, quindi non sento che sia quella l’ambientazione adatta ai miei film. Inoltre, Warp Films è una compagnia con sede a Nottingham e filmare a Londra costerebbe molto di più.

Da alcuni dialoghi xenofobi del film sembra che l’Inghilterra di allora non sia molto diversa da quella di oggi. Sei d’accordo?

La differenza tra ora e gli anni ’80 è che a quei tempi la gente indossava il cuore sulla manica; insomma, era un’epoca più sfacciata. Nessuno sapeva se avrebbe avuto un futuro. La gente ora non rischia più. Tutti sono molto più riservati. Gli uomini assomigliano alle donne e le donne assomigliano agli uomini.

Ti sei fatto un’idea sui moti di protesta che stanno coinvolgendo ora il Regno Unito?

Nessuna protesta, solo sommosse. È molto diverso. Gli Skinhead protestavano contro qualcosa, i protagonisti delle recenti sommosse a Londra, no.

Cos’ha significato per te essere uno skinhead?

Nel 1983, quando ero ragazzo, non avevi giochi al computer, ti divertivi ad uscire e frequentare persone diverse; io lo ricordo come un periodo in cui si faceva gli scemi con gli amici e si andava a campeggio, non si stava seduti in casa davanti ad uno schermo. Era un periodo di musica fantastica, moda fantastica e una cultura giovanile vibrante. In un piccolo paese come Uttoxeter – dove sono cresciuto io – tutte queste sotto-culture si riunivano nei club e alle feste, quindi nei fine settimana c’erano quasi sempre delle scazzotate!  Come adulto guardo indietro e mi sento parte di questi tempi fuori di testa.  C’era la più grande quantità di tribu che potessero mai esistere in un solo luogo: Goths, Punks, Mods, Skinheads, New Romantics, Casuals, Metal Heads.

C’è un regista italiano – del presente o del passato – che preferisci in modo particolare? Guardando il film sembra che tu abbia imparato molto dal neo-realismo italiano.

Sì, i neo-realisti mi hanno decisamente influenzato.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Cerco sempre di sviluppare diversi progetti ma il prossimo che mi piacerebbe tantissimo portare avanti riguarda un ciclista del Tour de France. Si tratta della vera storia di Timmy Simpson, un ciclista britannico che morì durante il Tour de France del 1967. Io amo il Tour, amo il ciclismo e penso che sarebbe stupendo fare un film che parla di quanto sia dura questa corsa.

Si ringrazia Shane Meadows e l’ufficio stampa Flavia Corsano per la cortese disponibilità.

Roberto Del Bove