Il Faust di Sokurov è un capolavoro d’arte cinematografica

Sokurov, Faust. Aleksandr Sokurov è un regista da festival. Uno di quei registi che fanno film importanti (pallosi direbbero gli spettatori più prosaici), che non si accontentano di fotografare l’esistente nè di adeguarsi alle regoli e ai tempi dell’esistente. Detto in altro modo Alexandr Sokurov è un regista amatissimo dalla critica e molto meno dal pubblico, che probabilmente poco è in grado di digerire il suo cinema rigoroso senza ammiccamenti, strizzatine d’occhio (altrimenti note come struttura in tre atti), facili conformismi. A Sokurov non interessano. E’ così anche nel suo ultimo film: Faust, presentato in concorso alla sessantottesima mostra d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola va a chiudere idealmente quella tetralogia del potere che il regista ha inaugurato con Moloch per poi proseguire con Taurus e il Sole, film in cui si indagavano le figure di titani (il giudizio non è di valore) della nostra storia recente: Hitler, Lenin l’Imperatore Hiroito.

Faust, Goethe.  Il Faust in questione è un libero adattamento del celebre poema drammatico di Goethe, in cui ad essere messa al centro della vicenda è la sete di conoscenza del dottor Faust, instancabile e onnivoro ricercatore che per tal motivo è condannato a non aver mai pace. A fargli da contraltare vi è un mellifluo Mefistotele di cui il regista ha detto “Il mio Mefistotele è un ciarlatano, istrione malavitoso che di professione fa l’usuraio“. Ad interpretarlo è stata chiamata una rock star dei balcani, Anton Adasinsky che qui si candida ad un premio importante. Il film è girato con una macchina da presa molto mobile che segue una trama parlatissima in cui il senso è più volte inseguito e perso. Alla fine possiamo dire che in un’epoca di imperante superficialità (nel senso di muoversi in superfice) e rapidità, Sokurov ci invita a raccogliere la sfida della lentezza e della profondità.

Simone Ranucci