Omicidio Rea: cinque Dna sul corpo di Melania

E’ ancora mistero sull’omicidio di Melania Rea, la ventinovenne trovata morta a Ripe di Civitella lo scorso 20 aprile. Tutti gli indizi raccolti fino ad ora ricondurrebbero al marito della vittima, Salvatore Parolisi, almeno tutti quegli indizi che la Procura di Ascoli prima e quella di Teramo poi, hanno deciso di far trapelare, consentendo agli organi di stampa di diffonderli attraverso la televisione ed i giornali.

Altri dna sul corpo di Melania – Eppure, nelle conclusioni della relazione stilata dal medico legale Adriano Tagliabracci, rilasciata alla Procura di Ascoli al termine dell’autopsia, emergerebbero ulteriori indizi che, se approfonditi, potrebbero gettare nuove ombre sul caso. Come ha sottolineato il genetista Emiliano Giardina, consulente della difesa, intervistato dalla trasmissione ‘Quarto Grado’, infatti, sul cadavere di Melania non sarebbero state rilevate solo tracce di dna appartenenti alla donna ed a suo marito Salvatore, ma ben 5 profili differenti, ancora da identificare. Nello specifico, Giardina ha evidenziato che sarebbe stato individuato un dna subunguale sul quarto dito della mano sinistra, che indicherebbe un profilo misto di due donne; un altro sotto un’unghia della mano destra ed altri quattro profili maschili differenti. Inotre il genetista ha contestato fermamente l’ipotesi dell’accusa, secondo cui il dna di Parolisi trovato sulla bocca della vittima sarebbe stato depositato attraverso un bacio o una mano poco prima che la donna morisse, sostenendo che, al momento, non esiste strumento al mondo in grado di stabilire il lasso temporale di deposito del dna.

Il mistero dell’anello – L’attenzione della difesa si è concentrata in particolar modo sulla traccia di dna trovato sulla mano sinistra, sotto l’unghia dello stesso dito sul quale Melania portava sia la fede nuziale, sia l’anello di fidanzamento, trovato a terra, sul luogo del delitto, poco distante dal suo corpo. L’ipotesi portata avanti dagli avvocati di Parolisi sull’argomento diverge da quanto sostenuto dall’accusa: secondo la Procura, infatti, la donna, che portava l’anello dietro alla fede, se lo sarebbe tolto per lanciarlo, durante un litigio, contro il suo aggressore, che gli inquirenti identificano con Salvatore Parolisi. Secondo la difesa, invece, potrebbe essere stato lo stesso aggressore, persona diversa dal marito, a sfilarlo, lasciando sulla mano della donna la propria firma. Il prof. Giardina, inoltre, ha sottolineato che la quantità di dna trovata sarebbe sufficiente a consentire una comparazione con i profili genetici di eventuali altri indagati: risulterebbe, quindi, necessario ed impellente predisporre le procedure necessarie per approfondire il caso.

Francesca Theodosiu