Tre anni dopo la morte di David Foster Wallace

La sorella Amy ha cercato di descriverlo a chi non lo avesse mai incontrato. Ha detto che David è  “qualcuno con cui, dopo averci parlato solo qualche minuto, pensi sia appena sbarcato da una navicella spaziale.”. E’ difficile non pensare qualcosa del genere quando si ha a che fare con un suo saggio o con un suo romanzo. David Foster Wallace era il re delle digressioni, era analitico, non riusciva a non prestare attenzione anche a tutto ciò che agli occhi di chiunque sarebbe sembrato superfluo. Come ricordarlo a tre anni dalla sua morte? Non è un’impresa da poco.

Il re delle digressioni – David Foster Wallace era, fondamentalmente, un uomo che soffriva, e che aveva da un lato il coraggio di indagare il proprio dolore e dall’altro l’intelligenza per poterne comprendere l’essenza. Si trattava di un dolore patologico, che fu suo compagno di viaggio e che gli fu complice nel momento in cui si ritrovò a dover dare l’estremo saluto a se stesso. Quando morì David Foster Wallace aveva smesso di assumere gli antidepressivi che avevano tenuto a bada il mostro per decenni. La moglie lo trovò appeso al patio di casa, e Dio solo sa quanto sia stato immane il vuoto che quell’uomo ha lasciato nel mondo della letteratura.

Genio e disperazione – Sguardo timido, brillante, lucido, David Foster Wallace è stato, probabilmente, uno degli scrittori che più hanno segnato la generazione a cui apparteneva. Impregnati di solitudine e decisamente critici, i libri di David Foster Wallace sono dei piccoli gioielli. Se ne ricorda, in particolare, “Infinite Jest”, un capolavoro decisamente difficile da leggere ma che assolutamente varrebbe la pena. Verrebbe voglia di andarlo a riprendere ovunque si trovi, di fare due chiacchiere con lui, di immaginarlo come una persona piacevole. Purtroppo il massimo che si può fare è andare in libreria e regalarsi una sua opera per poterlo amare un po’ di più,e non è detto che sia una cattiva idea.

M.C.