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Italia dei Valori: addio referendum, privatizziamo tutto

“Da dieci anni le privatizzazioni nei programmi dell’Italia dei Valori ci sono sempre state”; e d’altronde “l’IdV non è di sinistra”.
Sono mesi, ormai, che i massimi dirigenti del partito di Antonio Di Pietro provano a chiarire che la loro cultura politica non ha niente da spartire con l’idea di “pubblico” e di “bene comune” tanto propagandata a sinistra…eppure c’è ancora chi ritiene che l’IdV debba rappresentare nel panorama politico nostrano il soggetto portatore di una trasformazione radicale della società e della struttura stessa del sistema socio-economico del Paese.
Qualcuno come, ad esempio, il Comitato per l’Acqua Bene Comune, che di fronte al denunciato tentativo del Governo di sovvertire il risultato referendario hanno preso carta e penna (o per meglio dire mouse e tastiera) e hanno scritto a tutti i parlamentari per chiedere un intervento a difesa della “volontà popolare”.

I referendum “traditi” dalla manovra – I due quesiti referendari per l’acqua “bene comune” dello scorso giugno, votati favorevolmente da oltre il 52% degli italiani (al netto dell’affluenza e dello scrutinio), avevano sancito non solo l’eliminazione del profitto per i capitali privati sull’acqua (l’ormai famigerato 7% in bolletta), ma anche l’abrogazione della normativa “Fitto-Ronchi” che aveva stabilito le procedure di privatizzazione della gestione del servizio idrico e anche dei settori relativi al trasporto pubblico locale e al ciclo dei rifiuti.
La vittoria dei comitati referendari, quindi, non ha imposto solamente la ripubblicizzazione del servizio idrico, ma, secondo il valore costituzionale del referendum, avrebbe imposto il fermo a tutti i percorsi di privatizzazione dei servizi pubblici locali legati al trasporto e alla gestione dei rifiuti.
Un aspetto clamorosamente disatteso dagli ultimi provvedimenti del Governo che aprono la strada alla privatizzazione anche di questi settori.

La lettera dei Comitati e la replica dell’IdV – “Il Governo – si legge nella lettera inviata dai Comitati per l’Acqua Bene Comune ai parlamentari italiani – non solo non ha ancora attuato le indicazioni referendarie retrocedendo sulle privatizzazioni già attuate e abolendo i profitti sull’acqua ma, con la manovra economica del 13 agosto scorso ha riproposto in altra forma la sostanza delle norme abrogate con volontà popolare.
Infatti, l’articolo 4 sostanzialmente ripresenta il vecchio Decreto Ronchi e persino nuove date di scadenza per le prossime privatizzazioni dei servizi pubblici locali”.
Una lettera che ha suscitato la replica del Vice Presidente del Gruppo Parlamentare dell’Italia dei Valori Antonio Borghesi, affidatosi alle pagine del suo blog per denunciare la “mistificazione” portata avanti dal Comitato, reo di voler bloccare, impugnando il risultato del referendum, la privatizzazione di settori che – sempre secondo Borghesi – non sarebbero toccati dal referendum.

“Il Sole 24 Ore” di giugno 2011 – Secondo Borghesi, quindi, “noi dell’Italia dei Valori non transigeremo sul fatto che l’acqua debba restare per sempre un “bene pubblico”, ma con altrettanta fermezza difenderemo il principio della liberalizzazione ed anche privatizzazione di tutti gli altri servizi pubblici locali”.
E poco importa se a denunciare che tale “fermezza privatizzatrice” andrebbe contro il volere popolare e il risultato sancito dal referendum, fu anche, in tempi non sospetti, un chiarificatore articolo de “Il Sole 24 Ore”.

“Il quesito (referendario numero 1, ndr) – si leggeva nel pezzo del 10 giugno scorso – mira a eliminare due norme fondamentali della disciplina di tutti i servizi pubblici locali a rilevanza economica.
In sostanza si tratta di una sola disciplina (nota come «riforma Fitto-Ronchi») che detta le regole per gli affidamenti delle gestioni nei settori di acqua (acquedotti, fognatura e depurazione), trasporti e rifiuti.
Non si vota solo sull’acqua, quindi, ma anche sugli autobus e le metropolitane e sulla raccolta dei rifiuti”.

Mattia Nesti