Recensione: Terraferma

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:35

Terraferma, Crialese. Terraferma di Emanuele Crialese è un film difficile da giudicare. Lo è prima di tutto perchè è un film discontinuo. Un film capace di alternare momenti (molti) di grande cinema a cadute didascaliche che rischiano di banalizzare un tema come quello dell’immigrazione, e più precisamente delle difficoltà e della necessità dell’incontro con l’altro, . Il film si apre programmaticamente con tre sequenze che segnano, fin da subito gli elementi “naturali” in campo: il mare (messo in positio princeps e grande protagonista silenzioso del film) la terraferma del titolo, la zona di confine tra i due elementi sopracitati. Lo scorrere quotidiano della vita di una famiglia che vive sull’isola di Lampedusa(Linosa) è raccontato da brevi quadri visivi che anzichè restituire le solite stereotipate immagini da cartolina riescono ad essere connotativi, ad aggiungere cioè un significato altro alla semplice lettura di primo grado, innescando nello spettatore prima di tutto un puro piacere per la visione, che poi è il piacere primigenio del guardare film, dell’esperire cinema. In questo contesto ecco che si innesca il primo conflitto drammaturgico. La tensione cioè tra il restare, il continuare con la propria quotidianità, con la pesca come mezzo di sostentamento, incarnata dall’anziano Ernesto (interpretato da Mimmo Cuticchio, eminenza assoluta del teatro dei pupi qui prestato con successo ad un ruolo d’attore di cinema) e il desiderio di cambiar vita, di migliorarla da un punto di vista economico sfruttando il turismo, messo in campo dal figlio di Ernesto: il Nino recitato con naturalezza da un Beppe Fiorello sempre più attore completo e magnetico. Tra i due la coppia formata da madre e figlio: Giulietta e Filippo, nuora e nipote di Ernesto, con la prima sempre più protesa verso il sogno di un altrove in cui far fare esperienza del mondo a Filippo e quest’ultimo che sembra incapace di considerare una prospettiva diversa da quella che è abituato ad esperire quotidianamente. Fino a qui il film sembra incanalarsi verso la rappresentazione di un dramma famigliare che riecheggia (vagamente) la vicenda verghiana dei Malavoglia. Fino a qui poi, il film riesce a catturare lo spettatore proprio per la capacità che ha, sfruttando immagini e recitazione di ri-presentare una tematica ancestrale rinnovandone forme e modi d’espressione.

Immgrazione. La vicenda ha una svolta decisiva verso la metà del film quando nella vita della famiglia protagonista e per estensione di tutta l’isola irrompe il dramma dell’immigrazione. Più precisamente la svolta avviene dopo che Ernesto e Filippo salvano dall’annegamento un gruppo di clandestini (termine odiosamente usato). Tra di essi Sara, una donna incinta che vivrà nascosta nella casa di Giulietta e Filippo. Sara è interpretata da Timnit T. vera migrante che qui si è trovata a recitare una vicenda realmente vissuta quando, pochi anni orsono, sbarcò in Italia a bordo di uno dei barconi che quotidianamente tentano di attraccare sulle nostre coste. Timnit, diciamolo subito, non è un’attrice professionista, eppure il magnetismo del suo volto capace come pochi altri di riempire letteralmente lo schermo, le conferisce una statura assoluta in grado di catalizzare l’attenzione dello spettatore nei mutamenti spesso infinitesimali della sua recitazione. La vicenda ha una svolta, dicevamo poc’anzi, e da qui inizia la croce e delizia del film. Per croce intendo alcune scene che sembrano trattare il tema della migrazione proponendo vecchi stereotipi che pure, purtroppo, sono al centro delle cronache quotidiane. La delizia è invece il racconto del rapporto tra le due donne: Giulietta (una come sempre meravigliosa Donatella Finoccharo) e Sara, fatto di incomprensioni, diffidenze, educazione all’ascolto dell’altro. In sostanza il film riesce a salvarsi più volte in corner (il calcio si sa è sempre grande metafora della vita) dal pericolo del già visto/già sentito, non riuscendo però ad erigersi mai completamente nel territorio dei film indimenticabili. E questo è un peccato perchè ne avrebbe tutte le potenzialità, e Crialese è certamente un fuoriclasse della regia e dai fuoriclasse, si sa, si pretende sempre qualcosa di più. Probabilmente, in conclusione, il grosso peccato della pellicola è un peccato di generosità. Del voler inserire troppe tematiche che poi, nel tempo dell’ora e mezza in cui è confezionato il film, non hanno il tempo di essere sviluppate fino in fondo. Un’ultima notazione merita il vero protagonista di Terraferma, Filippo Pucillo (Filippo nel film) attore feticcio di Crialese che qui dà prova ancora una volta del suo sorprendente vitalismo che ce lo fa accostare al Ninetto Davoli pasoliniano. E’ un grande complimento.

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