Basta parlare di “vita sregolata”: buon compleanno, Amy

Amy Winehouse – Quando muore qualcuno di famoso è facile che ci si ritrovi ad essere gli spettatori di una poco felice sagra dei luoghi comuni. In questo caso sono mesi che si sente parlare di “genio e sregolatezza” o di “talento e sregolatezza”. Ci viene propinato il solito modo di dire da quattro soldi, che dentro di sé non raccoglie un millesimo di quella che può essere stata l’ecletticità dell’essenza di un essere umano. Ora, non v’è dubbio alcuno, sappiamo tutti che Amy Winehouse aveva una bella voce, peccato per il suo tenore di vita. Sappiamo che soffriva di disturbi del comportamento alimentare e che “ragazze, vedete?? Qualche chilo in più non è poi una tragedia!”. Sappiamo che le hanno dedicato brani e associazioni e che la sua fine potrebbe assumere un valido ruolo apotropaico per i giovani tossicodipendenti. Sappiamo che aveva ventisette anni come Jim Morrison e Kurt Cobain; ieri ne avrebbe avuti ventotto.

Quello che avremmo dovuto sapere su Amy – Cosa si sarebbe dovuto dire di Amy Winehouse? Le sarebbe piaciuto fare la cameriera sui pattini a rotelle, come quelle di “American Graffiti”. Chissà perché, poi. Da ragazzina venne espulsa da un corso di teatro perché aveva un enorme piercing al naso. Le piaceva da morire il Jazz; ascoltava Miles Davis. Ecco tutto. Ci voleva tanto ad interrompere per una volta ogni becero tentativo di pubblicità progresso per dire, ad esempio, che Amy Winehouse amava Charles Mingus? Buon compleanno, tesoro.

Martina Cesaretti