CGIL e Confindustria: firmato l’accordo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:53

Nel corso di una riunione convocata inaspettatamente questa mattina presso la sede di Confindustria in Via Veneto a Roma, le tre sigle sindacali confederali – rappresentate dai segretari generali, Raffaele Bonanni (Cisl), Luigi Angeletti (Uil) e Susanna Camusso (Cgil) – hanno sottoscritto insieme alla presidente degli industriali Emma Marcegaglia il testo dell’accordo su contrattazione e rappresentanza già redatto in occasione del precedente vertice del 28 giugno.

Camusso “di lotta e di Governo”? – Non ha sorpreso la firma definitiva apposta sull’accordo da Cisl e Uil, che fin dai referendum/ricatto voluti da Marchionne a Pomigliano e Mirafiori si erano contraddistinte per la disponibilità a sottoscrivere qualsiasi proposta elaborata dagli industriali, mentre la firma della Camusso – a quindici giorni dallo sciopero generale che ha portato milioni di lavoratori in piazza con la CGIL – rischia di aprire nuove violente contraddizioni all’interno della confederazione.
D’altronde le critiche alla segretaria generale si erano sollevate già a giugno, per aver dato un primo assenso ad un accordo che, pur facendo registrare l’importante conquista della certificazione della rappresentatività delle sigle sindacali, apriva, di fatto, la strada ad una subordinazione del contratto nazionale ai contratti aziendali, per di più restringendo gli spazi di democrazia sui luoghi di lavoro, prevedendo solo in alcune occasioni la possibilità per i lavoratori di esprimersi sui contratti attraverso i referendum.

Contraddizioni in casa CGIL – Immaginando come possa accogliere la notizia della firma dell’accordo la FIOM, che già in un documento del 7 settembre aveva chiesto alla confederazione di “ritirare il proprio sostegno e adesione all’ipotesi di accordo del 28 giugno”, è evidente che la CGIL si trovi di fronte ad un drammatico bivio, priva di certezze sul suo futuro e, in particolare, sulle prospettive dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese.
Lo sciopero generale del 6 settembre, riuscito oltre ogni aspettativa, come già successo il 6 maggio scorso, ha evidenziato il potenziale di mobilitazione della CGIL e, grazie anche alla presenza in moltissime manifestazioni di lavoratori iscritti a Cisl e Uil, del largo consenso che le proposte di Corso Italia possono raccogliere nel Paese.
Peccato, però, che l’accordo di questa mattina vada in una direzione assolutamente opposta; la firma della Camusso, infatti, finisce su un testo che – se già a giugno aveva incassato le critiche di cui si è detto – avrebbe dovuto essere considerato irricevibile, per le posizioni da sempre assunte dal sindacato, alla luce dell’articolo 8 della Manovra voluta dal Governo, che facendo leva proprio sull’accordo del 28 giugno, di fatto smantella i contratti nazionali e fa carta straccia dello Statuto dei Lavoratori.

Ritirarsi o ribellarsi – Negli ultimi tre anni – dall’Onda degli studenti alla Innse, da Pomigliano allo sciopero generale del 6 settembre – la CGIL, nelle sue molteplici forme e posizioni, ha saputo essere l’unica realtà organizzata e di massa capace di sostenere una mobilitazione sul lungo periodo contro i provvedimenti del Governo e del sistema neoliberista in genere.
Da questa lunga fase di lotta, tuttavia, emergono tre elementi che il sindacato di Corso Italia non può più nascondersi: il generale arretramento dei diritti conseguito dall’impossibilità di raccogliere alcuna vittoria sul campo, la debolezza scaturita dalla frammentazione del fronte sindacale, l’obbligo di sopperire alle gravi mancanze della sinistra politica italiana.

In un quadro di rapporti sociali per cui il padronato e i tecnocrati del “finanzcapitalismo” dettano le regole del massacro sociale e le classi lavoratrici possono mettere in campo qualsiasi iniziativa di massa (si pensi ai sei scioperi generali di tutte le sigle sindacali francesi contro la riforma della pensioni) senza che li sia riconosciuto alcun diritto di influenzare la politica dell’Europa e dei singoli stati nazionali, la CGIL si trova a dover decidere che strada intraprendere nei prossimi mesi.
Ripiegare sulla strada della concertazione – pur nella dignità di rivendicare le proprie posizioni – nel tentativo di tornare ad influenzare, nei limiti del possibile oggi, i processi reali e con il rischio di favorire la metamorfosi della “pace sociale” in un controllo del Governo da parte dei “poteri forti” (solo ieri si è scoperto che Emma Marcegaglia sarebbe apprezzata come leader del Paese dal 55% degli italiani), oppure ribellarsi alle “regole del gioco” che hanno devastato la democrazia nel Paese come nelle fabbriche, giocando la partita nel conflitto sociale, in un’offensiva unitaria a partire da contenuti radicali verso Cisl e Uil, nell’ambizione di ricostruire un fronte amplio di tutte le forze che intendono rigettare le storture connaturate al sistema economico e sociale costruito dal neoliberismo; correndo – tuttavia – il rischio di non essere all’altezza della partita e di lasciare il controllo reale sul futuro del Paese nelle mani di Cisl, Uil e Confindustria (che ancora ieri auspicava “riforme impopolari”) e dei processi antidemocratici del Governo e dell’UE.

Perché l’unica certezza, preparandosi ad un autunno “greco”, è che il sindacato di Corso Italia non può concedersi altre ambiguità.

Mattia Nesti

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