Usa, Troy Davis è stato giustiziato. Obama: Non interferisco con uno Stato federato

Gli Stati Uniti tornano uccidere. Questa volta non con bombe di pace, ma con iniezioni di giustizia; perché nella nazione che si arroga il ruolo di guida mondiale, in tema di democrazia e moralità, può capitare ancor’oggi che un uomo venga ucciso dallo Stato. Proprio come avviene in quei posti che spesso vengono definiti dal governo statunitense come ‘stati canaglia‘, luoghi dove lo sviluppo civile sarebbe impedito da governanti inadatti, e per questo da perseguire, a causa del loro mancato rispetto dei diritti umani.
Diritti, tra cui quello alla vita, che evidentemente Troy Davis non meritava di avere. Il quarantaduenne arrestato nel 1989 e sulla cui colpevolezza, dopo più di vent’anni, ci sono seri dubbi – testimoni che hanno ritrattato le accuse, presunte pressioni da parte della polizia – è stato giustiziato nella notte in un carcere della Georgia.

Obama come Pilato – Davis ha sperato fino alla fine che accadesse qualcosa che gli avrebbe concesso la possibilità di continuare a vivere e di dimostrare anche che non fu lui a uccidere il poliziotto Mark MacPhail, nel lontano 1989.
Queste le parole di chi l’ha visto ventiquattro ore prima dell’esecuzione: “Ha un buono stato d’animo, è in pace e prega sempre. Ma ha anche detto che non smetterà di lottare fino al suo ultimo respiro e che la Georgia sta per spegnere la vita di un innocente“.
Ieri sera, una manifestazione di protesta è stata organizzata davanti alla Casa Bianca affinché il presidente Barack Obama intervenisse o prendesse posizione sulla vicenda. In risposta, i manifestanti hanno ricevuto soltanto un comunicato in cui si rendeva nota l’intenzione da parte del Presidente di non interferire con ciò “che riguarda le procedure uno stato federato”.

Simone Olivelli