Meredith, l’arringa della difesa: assolvete Raffaele Sollecito

Continua da diverse ore l’arringa della difesa di Raffaele Sollecito, accusato di aver partecipato all’omicidio di Meredith Kercher, davanti al Tribunale di Perugia. L’avvocato Giulia Bongiorno ha iniziato questa mattina la requisitoria a difesa del suo assitito, condannato in primo grado a 25 anni di reclusione. Dopo aver commentato le accuse deli giudici nei confronti dei mass media, tacciandole di aver avuto un effetto boomerang, la Bongiorno ha contestato l’immagine forzata che è stata creata di Amanda Knox, la quale avrebbe indotto Raffele, come fosse un adolescente alle prime armi, a cadere nella sua trappola. Amanda sarebbe stata identificata come una “Venere in pelliccia”, citando l’opera dello scrittore tedesco Leopold Ritter von Sacher-Masoch, che narra la storia d’amore tra Severino e Wanda, in cui il protagonista aspira ad essere trattato da schiavo dalla sua amante e diventare una sorta di giocattolo di quella donna di marmo avvolta in pellicce. Un’assurda assonanza secondo l’avvocato, un “clichè” che ha trasformato Raffaele in «un uomo debole che ha fatto quello che la femme fatale gli ha ordinato».

Esame sul gancetto inaffidabile – «I ritratti dei due hanno avuto una grande importanza in questo processo», ha tuonato ancora Bongiorno, paragonando, piuttosto, Amanda a «Jessica Rabbit, che può sembrare una mangiatrice di uomini invece è una donna innamorata». L’avvocato ha, poi, aggiunto: « il gioco preferito di Amanda e Raffaele era farsi le smorfie e guardarsi negli occhi. Amanda era la ragazzina delle smorfie: forse prima di pensare che era diabolica, che comandava Sollecito, bisognava ricordarsi delle smorfie». «Anche in sentenza ci sono delle bugie – ha affermato il legale – non si possono scambiare delle effusioni di tenerezza con una ossessione sessuale». L’avvocato Bongiorno è poi passata a confutare le prove dell’accusa e a dimostrarne l’inattendibilità: «Quella che è sempre stata la presunta prova regina per Raffaele Sollecito era quella del Dna sul gancetto», ma «già prima della perizia c’è una inaffidabilità ex ante del reperto perchè anche in primo grado non si sarebbe potuto utilizzare, a prescindere dalla non attribuibilità, andava cestinato». Il reperto, su cui la polizia scientifica aveva isolato il Dna di Raffaele Sollecito, per l’avvocato Bongiorno, è « inattendibile perchè è stato repertato 46 giorni dopo la fine del sopralluogo della scientifica. E in quei 46 giorni sono state fatte delle perquisizioni che sono finalizzate a cercare qualcosa non a mantenere l’ambiente. Nelle perquisizioni si rovista, si butta all’aria». L’avvocato ha anche mostrato in aula le foto della stanza del delitto il giorno dopo l’omicidio e il giorno del ritrovamento del gancetto.

Il coltello non è l’arma del delitto – Per quanto riguarda, invece, il coltello, considerato l’arma per uccidere Meredith Kercher, è stato trovato dalla polizia «con la velocità dei neutrini», ha affermato l’avvocato, secondo cui il processo nei confronti del suo assistito e di Amanda Knox è stato caratterizzato dalla fretta. «Dopo quattro giorni – ha sostenuto – il caso era considerato già chiuso». Riguardo al coltello sequestrato in casa di Sollecito, la Bongiorno ha fatto chiaramente capire che a suo avviso non è quella l’arma del delitto. «È un omicidio non premeditato – ha detto ancora – ma dopo avere ucciso Meredith gli imputati si preoccupano di disfarsi dei cellulari della vittima mentre il coltello lo riportano indietro e lo mettono nel cassetto dove viene subito trovato». La Bongiorno ha quindi definito la presenza di Rudy Guede nella casa di via della Pergola la «prova che vale mille prove». Ha ricordato l’impronta di mano insanguinata dell’ivoriano trovata nella camera della vittima e le altre tracce a lui attribuite. «La camera di Meredith – ha detto – è la foto di chi era presente. Gronda di tracce di Guede ma perchè non ci sono quelle di Sollecito e della Knox? La stanza è stata pulita come sostiene l’accusa? Nessun detersivo – ha concluso la Bongiorno – ha la capacità di riconoscere le tracce di Dna». «Date per morta la Venere in pelliccia e assolvete Raffaele Sollecito» queste le parole con cui Giulia Bongiorno ha concluso la sua requisitoria davanti la Corte d’Assise, lasciando il campo al suo collega, Luca Maori, che interverrà nel pomeriggio.

Francesca Theodosiu

(Foto F.Troccoli)