Gli indigeni dell’Amazzonia vincono: stop alla diga di Belo Monte

La vittoria delle tribù amazzoniche. Le tribù che vivono nel cuore della foresta amazzonica hanno vinto. La costruzione della  gigantesca diga idroelettrica di Belo Monte è stata interrotta grazie alla lunga lotta portata avanti dagli indigeni con l’aiuto delle organizzazioni ambientaliste e di Amnesty International (AI). Nei mesi scorsi  la ONG si è rivolta alle autorità per  sospendere la costruzione della diga affinchè  i diritti delle comunità indigene, che vivono nelle vicinanze del fiume Xingu, fossero pienamente garantiti.  Amnesty International  ricorda che nel mese di aprile, la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (CIDH) e l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), hanno chiesto ufficialmente al governo brasiliano la sospensione immediata delle procedure di autorizzazione e costruzione degli impianti idrici. La Commissione ha, inoltre, invitato le autorità brasiliane ad adottare misure globali per evitare una possibile diffusione di malattie tra gli indigeni. Alla fine la giustizia brasiliana ha vietato al consorzio Norte Energia di alterare il corso del fiume Xingu «con la costruzione di un porto, esplosioni controllate, innalzamento di dighe, incroci di canali e qualsiasi altro lavoro che modifichi il suo corso naturale» o possa «comportare rischi per la fauna ittica».

I danni della diga. Una decisione che rappresenta un duro colpo per le politiche energetiche del governo di Brasilia che consideravano la diga come un elemento fondamentale per lo sviluppo energetico del Paese. La diga avrebbe fornito una potenza di 11.200 megawatt, circa l’11% del totale in Brasile. Dopo le dighe delle Tre Gole, in Cina, e di Itaipu, alla frontiera tra Brasile e Paraguay, quella di Belo Monte sarebbe stata la più grande del mondo. La costruzione della diga però, avrebbe causato un danno enorme per l’ambiente e per le popolazioni locali dato che avrebbe determinato la trasformazione totale del territorio e, di conseguenza, lo sconvolgimento  del modo di vivere degli indigeni, legato alla natura e alla foresta. Sarebbero stati  allagati 500 chilometri quadrati di foresta e il fiume, per un tratto di 150 chilometri, sarebbe stato trasformato in un acquitrino stagnante. Circa 40.000 persone sarebbero state costrette a cambiare vita e alle tribù, che vivono di pesca, sarebbe venuto a mancare di che sfamarsi.

Il caso cinese. Con la saggia decisione di interrompere i lavori per la diga,  si spera che il governo brasiliano abbia imparato la lezione che proviene da altri Paesi come la Cina. Qui la diga delle Tre Gore sul fiume Yangtze – l’impianto idroelettrico più grande del mondo – ha creato, come ha ammesso lo stesso Governo, gravissimi problemi ambientali e sociali. Si sospetta addirittura che abbia modificato il clima locale, innescando una grave siccità.

Giovanna Fraccalvieri