Iran: esecuzione o grazia per il pastore cristiano Yousef Nadarkhani

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Grazia o impiccagione? Sarà graziato Yousef Nadarkhani, il pastore cristiano condannato a morte dal regime iraniano? Yousef Nadarkhani è detenuto nel carcere di Rasht dall’ottobre del 2009 ed è stato condannato a morte dal regime iraniano nel settembre del 2010, con l’accusa di apostasia dall’islam e di proselitismo cristiano. Secondo il sito cristiano BosNewsLife, il pastore trentaquattrenne, nato in una famiglia islamica e convertitosi al cristianesimo, potrebbe essere impiccato tra una settimana. Il tribunale di Gilan infatti, potrebbe applicare una legge approvata da poco dal Parlamento iraniano che aggraverebbe la pena per il reato di apostasia. La legge recita così «quando i genitori di una persona erano musulmani al momento in cui provavano ad avere un bambino, e lui o lei successivamente si converte a un’altra religione senza dire di essere musulmano, costui o costei è un’apostata. Una volta pronunciato il verdetto all’apostata viene chiesto di pentirsi. Se si rifiuta, viene ucciso». Di fatto, il tribunale aveva intimato al pastore di abbandonare la propria fede cristiana e di tornare a quella dei suoi “antenati”, ma lui si è sempre rifiutato rispondendo al giudice di non essere disposto a ritornare «alla blasfemia in cui mi trovavo prima della mia fede in Cristo».

La comunità internazionale. Sulla vicenda si è espressa Suzan Johnson Cook, ambasciatrice degli Stati Uniti per la libertà religiosa: «Siamo informati che la condanna di Nadarkhani verrà annullata a condizione che egli abiuri la sua fede cristiana. Ci rallegriamo che la sua vita possa essere risparmiata, ma questo genere di costrizione dimostra che il governo iraniano continua a reprimere la libertà religiosa». Christof Heyns, relatore speciale dell’ONU sulle esecuzioni arbitrarie e sommarie, più volte si è rivolto allo Stato iraniano per ribadire che la condanna a morte di Nadarkhani violerebbe gli accordi presi dal governo nel 1975, quando aderì alla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Nel trattato si stabilisce che nei Paesi in cui vige ancora la  pena di morte, si può ricorrere a tale sanzione solo per casi di estrema gravità e, di certo, questo non è il caso di Nadarkhani. Un’altra voce autorevole si è levata a favore del pastore iraniano. Catherine Ashton,  l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, ha chiesto in un comunicato all’Iran, la liberazione immediata di Nadarkhani: «Sollecito la Repubblica dell’Iran a rispettare gli impegni internazionali in tema di diritti umani, incluso quello di libertà di religione, e chiedo al governo di non giustiziare il pastore Nadarkhani». Infine, la Casa Bianca ha esortato le autorità di Teheran a rimettere in libertà il pastore evangelico ed ha affermato che la sua esecuzione capitale dimostrerebbe, ancora una volta, che l’Iran non rispetta né le libertà religiose né i diritti umani. Il portavoce presidenziale Jay Carney in un comunicato afferma che gli Stati Uniti «condannano» la sentenza di morte inflitta a un religioso che ha solo agito nel rispetto della propria fede, «un diritto universale di tutti».

L’esecuzione degli anni ’90. La comunità internazionale, dunque, da più parti si sta mobilitando per salvare la vita a Nadarkhani. Non resta che sperare ora, che gli appelli  lanciati al regime di Teheran per liberare il pastore, non restino inascoltati. Se Nadarkhani dovesse essere giustiziato, si tratterebbe del secondo caso di  esecuzione di un “apostata” passato al cristianesimo dopo quello del 1990. In quell’anno fu condannato a morte il pastore Hossein Soodmand.

Giovanna Fraccalvieri