“Primavera” e miseria: si parla di Africa a Ferrara

FERRARA – Nell’attesa di assistere all’evento musicale più atteso – la Jova-notte che ha riempito Piazza Castello con Lorenzo Cherubini in versione dj – migliaia di giovani e giovanissimi si sono riversati ieri a Ferrara, in occasione del festival di “Internazionale”, a seguire le decine di appuntamenti previsti, per riflettere sul mondo di oggi e provare a costruire quello di domani.
Una generazione di trentenni “impegnati”, figli di Genova 2001 – di quei drammatici giorni che segnarono profondamente milioni di ragazzi che avevano creduto di poter costruire con il loro impegno “l’altro mondo possibile” – e i ventenni di oggi, gli studenti protagonisti delle grandi mobilitazioni per il diritto allo studio degli ultimi anni, investiti dal vento di cambiamento che ha soffiato dal mondo arabo, dove i loro cotanei sono stati capaci di abbattere in poche settimane regimi pluridecennali.
Un continente, quello africano, che è stato al centro di moltissime iniziative del festival, per conoscere e provare a capire come si evolve (e non si evolve) il mondo al di là del Mediterraneo.

Profonda Africa – Nell’introdurre l’incontro che ha visto interagire scrittori, fotografi e artisti provenienti da tutto il continente africano, la scrittrice italosomala Igiaba Scego ha voluto evidenziare la pessima abitudine occidentale – ormai propria anche di parte del mondo giornalistico – di accomunare l’Africa ad un’unica realtà nazionale, ad un solo paese, perdendone cosÏ le mille sfaccettature, che rendono profondamente caratteristica ogni realtà del continente.
La “primavera araba” che ha investito l’Africa del nord, conquistando le prime pagine sui media di tutto il mondo, non deve impedire, infatti, di approfondire le vicende complessive di un continente, ancora dilaniato da guerre e realtà quotidiane di povertà nascoste e dimenticate; quell’Africa che – come ha ricordato di fronte ad una Piazza Municipio stracolma il direttore di Greenpeace International Kumi Naidoo – “rimane l’area più povera della Terra perché è ancora la più ricca sottoterra” di risorse naturali depredate e il cui potenziale di sviluppo e benessere è stato annientato dalla corruzione “che investe i signori del potere di molti paesi africani ma che non potrebbe esistere se mutasse l’operato e la volontà degli stati, delle multinazionali e dei Governi occidentali“.

La primavera araba ha un autunno da superare – Da una parte, dunque, l’Africa dimenticata, dove si continua a perpetrare un silenzioso ladrocinio delle risorse e del futuro dei popoli del continente, dove la Cina sa conquistare uno spazio geopolitico inedito – portando avanti accordi che realmente hanno saputo rompere la cultura neocolonialista occidentale – e dove l’intervento esterno – europeo o nordamericano – è visto come l’elemento potenzialmente più destabilizzante per l’area (“abbiamo visto abbastanza – ha risposto scherzosamente sul tema l’artista ivoriano Paul Sika – ciò che ci preoccupa maggiormente è quando voi occidentali iniziate a discutere di come aiutarci”); dall’altra i paesi investiti dal vento della primavera araba, Mubarak e Ben Alì travolti da un’ondata di nuovo protagonismo popolare, il caso unico della Libia, dove – come ricordato dal professor Gian Paolo Calchi Novati – l’indignazione popolare di Piazza Tahrir ha lasciato il posto ad un’insurrezione armata e foraggiata (anche in termini di armamenti) dall’esterno, dove il carattere popolare è stato rimpiazzato da un’elemento etnico, legando la popolarità della rivolta ad un’area del paese circoscritta alla Cirenaica.
Gli ottimi interventi degli ospiti internazionali chiamati ad intervenire sul palco del festival – dal blogger egiziano Hossam el Hamalawy al politologo libanese Ziad Majed e a Aboubakr Jamai, fondatore del marocchino “Lakome” – hanno avuto il merito di aprire uno spazio di approfondimento e di analisi capace di rompere la superficialità propria di molti reportage dei “media mainstreaming”, superando un punto di vista strettamente occidentale su elementi come il rapporto fra democrazia e religione.
“La ‘primavera araba’ ha sancito l’esistenza di una terza via, democratica, fra i regimi autocratici esistenti e un’ipotetico regime islamista (utilizzato, negli anni, dagli stessi stati occidentali come spauracchio utile a giustificare il sostegno a personaggi del calibro di Mubarack); – ha spiegato il politologo francese Olivier Roy – le rivoluzioni, infatti, rappresentano l’apice di una trasformazione in senso individualista delle giovani generazioni arabe, che non riconoscono più la legittimità di un capo che si ponga a capo di una comunità, di un “noi” religioso e politico; questo ha mutato profondamente anche il rapporto con l’Islam: la religione è intesa come una questione personale, che non si lega ai fenomeni politici di massa”.

Le periferie del sistema – Non si pensi, quindi, che la “primavera” porti con sé la secolarizzazione della società araba, dove, anzi, i partiti filo islamici, grazie anche alla loro popolarità elettorale, si preparano a governare la fase post-dittatoriale; e se il pericolo di veder sorgere nuovi regimi islamisti – fatta eccezione per l’incognita della Libia – pare fin qui assai poco consistente, la vera partita che i popoli del nord Africa dovranno vincere nei prossimi mesi verte sul piano sociale, causa prima delle rivoluzioni, che hanno attraversato le “periferie” del sistema capitalista.
Una partita che investe i popoli arabi e africani nella loro autonomia e che – come ha ricordato Calchi Novati – il mondo occidentale dovrebbe imparare a rispettare rinunciando alle proprie pretese di egemomia e di rapina, senza “riproporre conflitti diplomatici ed economici infraeuropei di stampo neocoloniale, come accaduto sulla Libia fra Francia e Italia”.
L’intervento della NATO è andato, ovviamente, nella direzione opposta, e rischia di recidere sul nascere le prospettive delle rivoluzioni, “normalizzate” dagli interessi imperialisti degli Stati Uniti, pronto a giocarsi una partita fondamentale – sulle vite di milioni di africani – per arginare l’avanzata dell’egemonia cinese.

Dieci anni dopo Genova 2001, lasciando Ferrara e il festival, vale la pena di riflettere sulle parole dei giovani di allora, che scesero in piazza per rivendicare il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, per denunciare l’illegittimità del summit degli otto “grandi” e l’ipocrisia delle loro politiche, che sotto il velo del buonismo avrebbero continuato a portare guerra e miseria nelle terre più povere, a cancellare il futuro del “continente nero”.
La storia li ha dato, purtroppo, ragione.

Mattia Nesti