Intervista a Bachschmidt, regista di ‘Black Block’: Genova dieci anni dopo

Intervista a Carlo Bachschmidt – A margine del festival della rivista “Internazionale” a Ferrara, abbiamo intervistato Carlo Bachschmidt, regista del documentario “Black Block” (uscito lo scorso 15 settembre per “Fandango Libri”), presentato in Concorso nella Sezione “Controcampo” all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

“Black Block” è il racconto di come la notte del 21 luglio 2001 segnò irreversibilmente la vita di quanti dormivano alla scuola Diaz, soprattutto giovani e stranieri, come i sette che hanno scelto di collaborare alla realizzazione del documentario; come si può elaborare – negli anni – un’esperienza come quella del G8 di Genova?

L’irruzione alla Diaz – per tutti quelli che sono stati a Genova in quei giorni – è stato il punto finale della repressione vissuta nelle tre giornate; per chi era nella scuola, quella notte è stato un punto di non ritorno: alcuni hanno smesso di fare politica o di occuparsi di contenuti di movimento, altri, che hanno deciso di recuperare, sono riusciti a farlo solo dopo alcuni anni, tornando a Genova e costituendosi parte civile ai processi.
In questo modo hanno potuto raccontare cosa hanno subito alla Diaz, come a Bolzaneto; hanno visto scritto nero su bianco ciò che hanno subito e hanno avuto la consapevolezza di aver determinato l’esito della sentenza di secondo grado.
Hanno potuto affrontare e superare Genova, tornando in forme diverse a fare politica, ad occuparsi del movimento e dei suoi contenuti: nonostante il trauma fisico e mentale, sono riusciti a prendere questa esperienza negativa e a trasformarla in un’occasione.
“Black Block” è il racconto di come quell’esperienza ha segnato questi ragazzi, e in particolare il protagonista berlinese Muli, che anni dopo il G8 ha deciso di cambiare completamente vita, di diventare terapeuta e di mettersi a disposizione di tutti coloro che hanno vissuto Genova o simili traumi in ambiti di movimento.

Si è molto discusso – anche in alcune delle iniziative del festival – su chi potesse celarsi dietro la macchina repressiva di Genova: il Governo italiano allora appena insediato o una volontà internazionale di fermare il movimento?

Sicuramente è una questione politica, io ritengo che siano responsabilità che investono entrambi gli schieramenti, centrodestra come centrosinistra: Berlusconi si insediò appena un mese prima del G8, acquisendo un’organizzazione che era già stata predisposta.
I rapporti con l’America c’erano già stati e le forze dell’ordine avevano ricevuto in dotazione nuovi equipaggiamenti come i manganelli tonfa.
Credo che in quella fase ci sia stata una condivisione internazionale della gestione non soltanto del G8 – che fu una questione prevalentemente italiana – ma della strategia per affrontare movimenti di cittadini che, da Seattle in poi, avevano cominciato a scendere in piazza; dobbiamo ricordare che prima di Genova c’era stata Goteborg e, nel 2000, Praga.
La repressione è stata senz’altro gestita anche a livello internazionale, ma le responsabilità politiche di quanto successo sono tutte italiane: anche per come, nei mesi precedenti, si è rifiutato un confronto costruttivo con il Genova Social Forum, che dovette faticare molto per organizzare il controvertice e garantire una settimana di accoglienza con incontri e dibattiti quotidiani.
Alla fine il Genova Social Forum si trovò a potersi rapportare solo con le forze dell’ordine. A Genova furono annullati gli spazi del confronto politico, per affrontare i tre giorni come una questione di “emergenza”, con un approccio militare che si rese visibile immediatamente; non dimentichiamo che la prima carica alle Tute Bianche – il venerdì – avvenne ai danni di un corteo pacifico su un percorso autorizzato.
Le tre ore successive furono fondamentali per spostare in modo definitivo il clima sulla violenza, fino all’uccisione di Carlo Giuliani e – il giorno successivo – alle cariche inaudite che spezzarono in due un corteo internazionale autorizzato e partecipato da 300mila persone.
Un clima di violenza culminato con l’irruzione alla Diaz, giustificato dalla presenza dei “Black Block” data per certa dalle forze dell’ordine, che invece portarono le molotov, cercarono di accusare tutti i presenti di associazione a delinquere per la devastazione e il saccheggio.
L’operazione di quella notte da una parte ha portato ad un successo, dal loro punto di vista politico, perché in quel momento si è fermato il movimento, rispetto all’onda Seattle – Genova, dall’altra invece ha segnato in modo irreversibile quel rapporto che poteva fino ad allora esistere fra la società civile e parte delle forze dell’ordine.

La presentazione di “Black Block” a Venezia ha suscitato diverse polemiche, soprattutto da parte di esponenti del Governo e di alcuni settori delle forze dell’ordine; d’altronde Genova 2001 rimane un argomento che – secondo molti – ancora oggi non è lecito approfondire. Nel realizzare “Black Block” quali ostacoli hai dovuto superare e come ritieni che sia stato accolto nel nostro Paese?

Ostacoli per fortuna nessuno, perché la produzione Fandango ha dimostrato di voler permettere che dieci anni dopo si raccontassero i fatti in modo serio, attraverso gli atti procesuali.
Sulle vicende della Diaz e di Bolzaneto c’è poco da contestare: lo fatto solamente un sindacato di polizia, dicendo che è stato fatto un documentario di parte, perché non sono stati intervistati membri delle forze dell’ordine; per altri, invece, il racconto sarebbe inverosimile, perché porterebbe a pensare che quelle persone non potrebbero essere uscite vive dalla scuola.
In realtà quanto raccontato dai ragazzi della Diaz nel documentario è assolutamente certo, finito nella sentenza di primo e secondo grado del processo.
A me non interessava fare un documentario “equilibrato” ma intervistare persone che avevano da raccontare qualcosa di importante e che in dieci anni – per motivi politici – non avevano potuto farlo.
Durante i processi, infatti, sono state impedite le registrazioni e le telecamere non sono potute entrare, i cittadini non hanno potuto seguire la ricostruzione di ciò che era accaduto a Genova.
Quando, nel 2008, abbiamo cominciato a lavorare al progetto non è stato semplice capire chi fra le tante persone era disponibile a mettere la faccia davanti a una telecamera per raccontare i propri vissuti, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Hai spiegato che Genova ha rappresentato un “punto di non ritorno”, credi che lo Stato italiano riuscirà a fare i conti con Genova, assumendosi le proprie responsabilità per garantire che tutto questo possa non ripetersi più all’interno di un sistema “democratico”?

E’ sempre possibile che accada, certamente. Ma i dieci anni trascorsi sono un tempo sufficiente per dire che non c’è la volontà di farlo.
Ci sono state diverse occasioni, c’è stato anche per due anni un governo di centrosinistra e sembrava che una commissione d’inchiesta potesse essere messa in piedi per capire circostanze che i processi non possono risolvere, dato che questi ricostruiscono “pezzettini” di G8 e non possono verificare le responsabilità politiche, il “perché” di tutto questo.
E poi ci sono stati i comitati, Piazza Carlo Giuliani, Verità e Giustizia, le diverse organizzazioni che facevano parte del Genova Social Forum…la controinformazione è stata fatta, le occasioni pubbliche per un incontro e una verifica su Genova ci sono state, ma le risposte sono state quelle di sempre e le medesime per entrambi gli schieramenti politici.
Che il G8 di Genova sia stato ciò che le istituzioni volevano, cioè la fine di un movimento che non doveva superare un certo limite. E il limite non era certamente quello della devastazione del Black Block, ma quello di portare in piazza migliaia di persone, soprattutto come successo sabato con cittadini che, pur esterni al movimento, aderendo ai contenuti proposti decisero di partecipare.
Questa opportunità di mobilitazione non ci è stata concessa.
Per questo il G8 ha determinato un punto di stop rispetto al percorso del movimento; ovviamente successivamente ci sono stati altri momenti che hanno determinato le manifestazioni, come la guerra in Afghanistan che riaggregò il popolo del movimento, ma sui contenuti che nel 2001 sono stati portati a Genova poi le singole organizzazioni sono andate avanti ognuna per il proprio ambito di lavoro e di progettazione, e questo ha determinato uno stop di quel percorso politico che il movimento era riuscito a fare in quell’anno.
La volontà politica che si è determinata in quei giorni è stata confermata anche dalle risposte che non ci sono state in questi anni; il fatto di non aver mai sospeso o aver preso provvedimenti contro i funzionari e i poliziotti che sono stati prima indagati e poi condannati, ha determinato una frattura che non sarà facile sanare.

Mattia Nesti