Mal di testa: mezzo milione di italiani si rivolge ai maghi

Quando analgesici ed antinfiammatori non bastano più, il rimedio più seguito dagli italiani per combattere il mal di testa è quello di rivolgersi ad un mago. E’ quanto emerge dai dati presentati dalla Società italiana per lo studio delle cefalee (Sisc) durante l’ultimo congresso tenutosi a Riccione. Circa mezzo milione di italiani, su un totale di dodici milioni che soffrono di questo disturbo, non ottenendo risultati dalla medicina farmacologica, decide di rivolgersi a sedicenti guaritori, per poi tornare, naturalmente, ad usufruire delle cure tradizionali. Cefalee ed emicrania causano un peggioramento della qualità della vita ed un allontanamento dalla vita sociale, secondo gli esperti, per i quali «l’11 per cento si rivolge al Pronto Soccorso – sottolinea Maria Pia Prudenzano, coordinatrice dell’indagine e responsabile del Centro Cefalee di Bari – il 70% si assenta dal lavoro per 5 giorni a trimestre e quasi tutti rinunciano a occasioni di svago». Nonostante la diffusione di questo disturbo, il 25% delle persone si cura da solo e non conosce i Centri cefalee. «L’autogestione porta alla cronicizzazione – aggiunge Prudenzano – un uso eccessivo di analgesici aumenta il rischio che il mal di testa diventi più grave e cronico».

Migliaia di persone si rivolgono ai maghi – Fra i pazienti che frequentano i Centri cefalee, sono migliaia le persone che, almeno una volta, hanno provato a curarsi affidandosi alle pozioni e agli incatesimi dei maghi. «Soprattutto i pazienti con cefalea cronica in cura presso i Centri scelgono spesso di affidarsi ai maghi: almeno la metà prova anche questa strada, una decisione illogica ma assai comprensibile, vista la sofferenza che affrontano quotidianamente questi malati», ha commentato Luigi Alberto Pini, presidente Sisc. «Esiste però il rischio di assumere attraverso intrugli e pozioni sostanze non controllate, soprattutto erbe, che potrebbero interagire negativamente coi farmaci dando luogo a effetti indesiderati pericolosi».

Colpite maggiormente le donne – L’età media dei pazienti con cefalea è risultata attorno ai 40 anni, con una netta prevalenza al femminile (oltre 70%) ed il mal di testa costringe le sue vittime ad una vera e propria paralisi delle attività quotidiane. Il 70% dei pazienti, secondo i dati dell’indagine presentata al congresso, rinuncia a cinema e ristorante due volte su tre, oltre a perdere in media 2 giorni di lavoro al mese. Oltre il 10% finisce al pronto soccorso almeno una volta all’anno per colpa del dolore, la metà dei pazienti aspetta che il dolore diventi insopportabile prima di prendere i farmaci o non li assume affatto, sperando che l’attacco passi da sè. Il 20% teme le medicine per gli effetti collaterali o per paura di diventare dipendente, solo uno su dieci pensa di poter guarire grazie ai farmaci. Cure sbagliate o in ritardo aumentano però il rischio che il mal di testa diventi più grave e cronico: necessaria secondo gli esperti una maggiore informazione ai pazienti.

Forte disagio dei pazienti – «Per i due terzi degli intervistati il mal di testa è un problema serio, che incide pesantemente sulla qualità della vita», ha raccontato Maria Pia Prudenzano, responsabile dell’indagine e del Centro Cefalee di Bari. «Quando abbiamo chiesto di definire che cos’è la cefalea – continua – tanti hanno risposto una maledizione, una persecuzione, una bomba a orologeria, una nebbia, una trappola, un incubo. Questo indica che c’è un forte disagio nel vissuto di questi soggetti, che spesso vivono nell’attesa che si manifesti l’ennesimo, debilitante attacco». I dati raccolti indicano, spiegano gli specialisti, che la maggioranza dei pazienti non è sufficientemente informata su come trattare le cefalee ed è confusa su ciò che deve fare. «Di conseguenza – ha detto Pini – molti finiscono per peregrinare da un medico all’altro cercando sollievo, senza inserirsi in un iter diagnostico e terapeutico adeguato. Si assiste all’assurdo che ai Centri cefalee arrivano spesso e volentieri pazienti che potrebbero essere agevolmente seguiti dal medico di famiglia, mentre i casi più gravi che non trovano sollievo a volte neanche sanno dell’esistenza di Centri specializzati».

Francesca Theodosiu