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La vita del campione Di Bartolomei in un documetario: “11 metri”

Documentario su Di Bartolomei – Bandiere giallorosse e cori da stadio all’Auditorium Parco della Musica di Roma che per un giorno, il 31 ottobre prossimo per la precisione, vestirà i panni dello Stadio Olimpico quando, in occasione del Festival Internazionale del Film di Roma, verrà presentato “11 metri”, un documentario di Francesco Del Grosso, dedicato ad Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma campione d’Italia 1983. Da sempre uno dei calciatori più amati dalla tifoseria giallorossa e soprattutto ricordati, sia per le vittorie e i successi ottenuti con la maglia della Roma sia per le doti umane di Agostino Di Bartolomei, saranno tanti i volti noti, tra giocatori e tifosi illustri, attesi per l’occasione a partire da Carlo Verdone.

11 metri – Il titolo, “11 metri”, fa riferimento all’abilità di Di Bartolemi nel calciare i rigori. Il film-documentario ne ripercorre tutta la carriera calcistica, dai primi calci nell’Oratorio di San Filippo Neri alla Garbattella, fino alla sua ultima partita con la maglia della Salernitana, che, grazie ai suoi gol e alla sua regia, conquistò la promozione in serie B nel 1987. Tanti i momenti toccanti all’interno della narrazione, dalle testimonianze di molti compagni di Ago – Conti, Pruzzo, Nela, Tancredi, Righetti, Chierico – alle emozionanti giornate vissute da calciatore sino all’indimenticabile vittoria scudetto del 1983 senza tralasciare anche la grande delusione per la finale di Coppa Campioni persa all’Olimpico ai rigori col Liverpool il 30 maggio 1984.

Coincidenze o destino? – Il 30 maggio 1994, esattamente dieci anni dopo la finale persa, Di Bartolomei si sparò un colpa di pistola al cuore nella sua villa di Castellabate. Un crudele scherzo del destino anche se come sottolinea nel film il figlio di Di Dartolomei, Luca, si tratterebbe solo di una maledetta coincidenza. Una morte a cui Del Grosso nel suo film non intende indagare sulle motivazioni lasciando piuttosto spazio alla testimonianze di chi lo conosceva bene come Franco Tancredi, il portiere di quella Roma scudettata, che nella pellicola chiosa: “È una morte che nasce da un disagio che nessuno conosce, ma che tutti vogliono interpretare”.

Dario Morciano