Basilicata: acqua avvelenata dall’inceneritore, rischio tumori

Acqua contaminata. Con le accuse di disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio, sono finiti agli arresti domiciliari l’ex direttore dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Basilicata (Arpab), Vincenzo Sigillito e l’attuale coordinatore del dipartimento provinciale dell’ente ambientale regionale Bruno Bove. Le indagini hanno rilevato i gravissimi danni ambientali provocati dal termovalorizzatore “Fenice” di San Nicola di Melfi. L’impianto si occupa dello smaltimento dei rifiuti industriali pericolosi e non. Da un decennio  brucia i rifiuti solidi urbani lucani  e anche i rifiuti industriali provenienti da diversi stabilimenti fiat, oltre a quelli di Melfi.  Solo adesso, dopo le proteste e le mobilitazioni della popolazione, la Regione ha rivelato i risultati dei monitoraggi eseguiti sul territorio. Dati tenuti nascosti fino ad oggi e che dimostrano l’inquinamento, con forte presenza di metalli pesanti cancerogeni e solventi organici, delle falde acquifere  almeno a partire dal 2002. Acque, utilizzate da intere popolazioni, sono state avvelenate per il cattivo funzionamento di un inceneritore.

Pretendere chiarezza. A Lavello, uno dei paesi  più vicini al termovalorizzatore  (5 KM) e in cui negli ultimi anni sono aumentati i casi di tumore, si è costituito il comitato civico “Diritto alla salute”. I cittadini hanno chiesto a gran voce dati sull’inquinamento e l’Arpab, alla fine, ha diffuso quelli a partire dal 2007. Dai rapporti è emerso che l’acqua del sottosuolo è inquinata da metalli pesanti e cancerogeni come il nichel, il mercurio e il manganese. Di fronte a tale, gravissima situazione ambientale, il sindaco di Melfi, già a partire dal 2009, ha emanato le ordinanze che vietano ai cittadini l’utilizzo dei pozzi privati. Il comitato civico però, affiancato da associazioni lucane e pugliesi, ha dovuto continuare la propria protesta per ben due anni e mezzo, al fine di ottenere dall’Arpab anche le tabelle sui rilievi ambientali fatti dal 2002 al 2007. Solo dopo l’ultima manifestazione di protesta davanti ai cancelli di Fenice, l’Arpab si è decisa a pubblicare sul suo sito i dati relativi a quel periodo. Dati più che allarmanti: i valori dell’inquinamento sono altissimi.  Risulta, per esempio, che a luglio del 2006 il nichel ha raggiunto un picco di 7032 microgrammi per litro nel pozzo n. 9  contro il valore massimo consentito per legge che è di 20. Di fronte a tali dati, l’Arpab si difende asserendo che quei dati «non sono scientificamente validi»  seppure «l’inquinamento è accertato fin dal 2003».

Contaminazione alimentare? Adesso si teme che l’inquinamento delle acque abbia interessato anche il fiume Ofanto che attraverso la Basilicata giunge sino in Puglia. Se così fosse, una vastissima zona risulterebbe contaminata, un’area agricola i cui prodotti vengono esportati in tutta Italia. La Fenice smentisce tale eventualità, affermando «il piano di bonifica predisposto eliminerà definitivamente qualsiasi tipo di residuo che comunque è limitato al perimetro dell’impianto. I dati scientifici disponibili relativi alle analisi effettuate sui primi livelli della catena alimentare (lattuga, grano, ortaggi, latte, lombrichi e larve) escludono la presenza di sostanze dannose per la salute». Difficile credere a tali dichiarazioni dopo che per anni sono stati nascosti dati gravissimi sull’inquinamento delle falde acquifere della zona. 

L’incendio. Come se tutto ciò non bastasse, a peggiorare la situazione un incendio,  avvenuto nella notte del 2 ottobre scorso nella sezione dei rifiuti nocivi; incendio, che ha disperso nell’ambiente una nube tossica  mettendo a serio rischio non solo l’incolumità dei dipendenti, ma anche quella dei cittadini.

Timore e tremore. Di fronte a tutto ciò, le associazioni cittadine si stanno organizzando per far causa all’Arpab e alla Fenice per reato di avvelenamento colposo e omissione di atti d’ufficio. Troppo grande il danno alla salute, una percentuale altissima di persone morte di cancro che, si teme, sia stata determinanta dall’alto tasso di inquinamento ambientale. A tutto ciò va aggiunto lo  smisurato  danno psicologico: vivere nel costante terrore  di essere avvelenati, di “perdersi in un bicchier d’acqua”.

Giovanna Fraccalvieri