Libia, l’accusa di Amnesty International: Lealisti torturati in carcere

Giornata ricca di spunti quella odierna in Libia. Se dalle prime luci dell’alba a tenere banco è stata la notizia dell’avvenuta cattura di uno dei figli del colonnello Muammar Gheddafi, bloccato dalle guardie al servizio del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) mentre tentava la fuga da Sirte, la città natale del rais, oggi divenuta roccaforte delle milizie a sostegno del vecchio regime, nel corso delle ore è arrivata anche la conferma di come la resistenza dei cosiddetti lealisti continui: in una nota dell’agenzia di stampa Ansa, viene resa nota la testimonianza di un giornalista della France Press che ha detto che “dal ‘quartiere dollar’, sulle alture nella parte occidentale di Sirte, e dal ‘quartiere n°2’ sulla costa mediterranea nel nord-ovest, risuonano esplosioni di razzi e raffiche di armi automatiche“.

L’allarme di Amnesty – A essere sotto l’attenzione della comunità internazionale, però, non sono sole le azioni violente compiute dagli uomini fedeli a Gheddafi, ma anche i modi con cui il Cnt sta assumendo il controllo delle zone conquistate. In particolare da Amnesty International giunge un allarme ben preciso, circa le condizioni con cui verrebbero trattati i detenuti nelle carceri libiche, in special modo i combattenti lealisti.
Come riportato da Adnkronos, Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty, ha dichiarato che “C’è un rischio reale che senza un’azione ferma e immediata, alcune pratiche del passato possano ripetersi. Gli arresti arbitrari e la tortura erano tratti tipici del potere del colonnello Muammar Gheddafi se le autorità del governo di transizione non romperanno chiaramente con il passato, manderanno all’esterno un messaggio che malmenare i detenuti è una pratica tollerata nella nuova Libia”.

Nella foto: il colonnello Muammar Gheddafi.

S. O.