Black bloc: addestramento militare in Grecia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 4:15

L’addestramento in Grecia. «Per un anno, una volta al mese, siamo partiti in traghetto da Brindisi con biglietti di posto ponte, perché non si sa mai che a qualcuno viene voglia di controllare. E i compagni ateniesi ci hanno fatto capire che la guerriglia urbana è un’arte in cui vince l’organizzazione. Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare. A Roma, abbiamo vinto perché avevamo un piano, un’organizzazione». Così parla in un intervista al quotidiano “La Repubblica” F., un Black bloc trentenne, laureato, con un lavoro precario. Un giovane uomo  non indignato, ma tanto tanto arrabbiato. F. nell’intervista  racconta che la preparazione per gli scontri del 15 ottobre va avanti da un anno e che, assieme ai suoi compagni,  ha fatto un «master in Grecia» dove, come in Italia, la crisi economica sta “colpendo duro”.

Strategia militare. La guerriglia urbana che ha sconvolto Roma nella giornata di mobilitazione globale degli Indignati sarebbe stata, allora, frutto di un piano preciso che ha posizionato in diversi punti strategici della città il materiale d’assalto.  Così racconta F.: «La sera di venerdì avevamo lasciato un Ducato bianco all’altezza degli archi che portano in via Sannio. Dentro quel Ducato avevamo armi per vincere non una battaglia, ma la guerra. Il resto delle mazze e dei sassi lo abbiamo recuperato nel cantiere della metropolitana in via Emanuele Filiberto». Gli stessi  Black bloc sono stati schierati, all’interno della manifestazione, secondo una logica da combattimento: in 500 sono stati armati all’inizio della manifestazione col compito di disseminare devastazione, mentre altri 300 sono rimasti indietro per proteggergli le spalle. Alle domande del giornalista, F. risponde raccontando in maniera più dettagliata la loro strategia di combattimento: «Siamo divisi in batterie da 12, 15. E ogni batteria è divisa in tre gruppi di specialisti. C’è chi arma, recuperando in strada sassi, bastoni, spranghe, fioriere. C’è chi lancia o usa le armi che quel gruppo ha recuperato. E, infine, ci sono gli specialisti delle bombe carta. Organizzati in questo modo, siamo in grado di assicurare un volume di fuoco continuo. E soprattutto siamo molto snelli. Ci muoviamo con grande rapidità e sembriamo meno di quanti in realtà siamo».

Una guerra dichiarata. Tutti sapevano cosa sarebbe accaduto durante la manifestazione. F. racconta che i Black bloc non si sono mai nascosti: «Il Movimento finge di non conoscerci. Ma sa benissimo chi siamo. E sapeva quello che intendevamo fare. Come lo sapevano gli sbirri. Lo abbiamo annunciato pubblicamente cosa sarebbe stato il nostro 15 ottobre. Ora i “capetti” del Movimento fanno le anime belle. Ma è una favola. Mettiamola così: forse ora saranno costretti finalmente a dire da che parte stanno. Ripeto: tutti sapevano cosa volevamo fare. E sapevano che lo sappiamo fare. Perché ci prepariamo da un anno». Il Black bloc  conclude la sua intervista dicendo: «Parlo come uno che è in guerra (…) Non l’ho dichiarata io. L’hanno dichiarata loro». Una guerra che è iniziata in Val di Susa a luglio scorso e che «Non è finita».

Giovanna Fraccalvieri

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