Genitori investigatori: spiano i figli su FB

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:29

Non è mio figlio. Gli arresti dei giovani Black bloc,  accusati di aver partecipato alla devastazione di Roma  durante la manifestazione degli Indignati, stanno portando sulle scene, loro malgrado, i genitori di quei ragazzi. Le mamme e i papà degli arrestati, in alcuni casi “baby Black bloc”, non si capacitano dell’accaduto; sono frastornati, increduli, spaventati. «Possibile che nostro figlio abbia fatto tutto ciò? No, deve esserci un’altra spiegazione». Difronte all’evidenza però, difronte ai filmati, i genitori devono accettare l’inaccettabile: non un figlio teppista, ma il non aver capito nulla di quel figlio, l’essere completamente estranei alla sua vita.

Cyber-spionaggio. Questa distanza siderale tra genitori e figli sta portando le mamme e i papà italiani ad adottare delle soluzioni simili a quelle dei genitori che vivono oltreoceano. È degli ultimi tempi infatti, il dato secondo cui il 55% dei genitori statunitensi, spaventati dai possibili incontri virtuali su internet e dalle eventuali “cattive compagnie”, spia i propri figli. I moderni ritmi di vita portano a vivere sempre più raramente momenti di condivisione all’interno del nucleo familiare. Ciò che maggiormente preoccupa i genitori però,  è il fatto che, spesso,  anche in casa i figli sono lontani anni luce da loro. Chiusi nelle loro camerette, inchiodati a uno schermo per ore e ore, rapiti dalla loro “vita virtuale”. Chi sono gli amici al di là dello schermo? Di cosa parleranno? Rimanere nel dubbio è una tortura ed ecco, allora, che una madre può creare un proprio profilo virtuale, il profilo facebook di una finta sedicenne, per avere quel dialogo che con la propria figlia adolescente, normalmente, non riesce ad avere. Tutto ciò  sta portando negli Stati Uniti al moltiplicarsi delle cause intentate dai figli contro i genitori “segugi”. Come titolava alcuni giorni fa il Washington Post «Il tema del controllo della vita virtuale dei teenager, è diventato dominante».

Controllo: una soluzione? Francesco Pizzetti, Garante della Privacy sostiene che «controllare i figli non è qualcosa di facoltativo, è un dovere dei genitori. Naturalmente con delle differenze. Faccio un esempio: se un padre e una madre lasciano un bambino di 6 o 7 anni da solo in casa, esposto a pericoli di ogni tipo, vengono meno alla loro responsabilità di genitori e possono avere anche conseguenze penali. Ed è la stessa cosa se lo abbandonano da solo davanti ad Internet ed esposto ai rischi della Rete. Qui la sorveglianza non è una scelta, è un obbligo. Diverso è se un genitore si crea un profilo falso su Facebook per parlare con il proprio figlio adolescente: in questo caso direi che si tratta di un comportamento sleale, a meno che l’azione del genitore non sia giustificata da gravi sospetti, ad esempio che il figlio si possa drogare, che abbia gravi patologie, o altro». La soluzione però, più che nel controllo, potrebbe trovarsi nella comunicazione, in un dialogo coltivato nel tempo.  Dei  genitori che si confrontano con i propri figli, che ascoltano le loro ragioni e che spiegano le proprie, con ogni probabilità, potranno comprenderli molto di più così piuttosto  che spiandoli.

Giovanna Fraccalvieri

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