Palermo Hip Hop Dayz 2011: Fare Ala, lo ‘spazio negato’ dei Cantieri culturali della Zisa e non solo

La serie di interventi ideati dal collettivo Fare Ala in occasione degli Hip Hop Dayz 2011 rappresenteranno un nuovo momento creativo lungo un percorso iniziato nel 2009 dal confluire di “relazioni urbane”, accidenti e conoscenze più meno casuali tra studenti francesi, spagnoli e palermitani di varia formazione. Multidisciplinarità e trans-nazionalità furono le prime parole enunciate nelle convulse ed estemporanee riunioni di quegli studenti fortemente legati da una tensione creativo-affettiva ben presto cristallizzata, nominalizzata nell’ambito del parlabile, (e in fin dei conti dell’esistente), sotto il nome di Fare Ala.

Ogni qualvolta si parla di sé, benché qui si tratti di un ancora problematico e non troppo auto-analizzato sé collettivo, si rischia di aver paura di due cose: la prima è il mettere in scena un delirio narcisistico e non parlare più di sé ma finire col farsi parlare da un’effettività incoercibile. Ma il timore più forte è quello di essere fraintesi. Allora ecco una manciata di righe che serviranno a disambiguare la nostra scrittura e che vi diranno precisamente: “questa è l’interpretazione dominante, quella voluta dall’autore e che varrà sia per i nostri discorsi verbali che per quelli iconici che vedrete, toccherete, annuserete ai Cantieri Culturali della Zisa”: noi non abbiamo alcuna intenzione di essere obiettivi parlando di noi stessi, non possiamo esserlo né crediamo nella possibilità di essere obiettivi tout court se non attraverso un effetto di senso ben costruito. A tal proposito, visto che l’obiettività è un mito tanto spesso ostentato dalla Scienza, dichiariamo il nostro amore per l’idea di costruzione culturale di quest’ultima e la nostra avversione all’idea di separazione corpo/mente sulla quale troppa retorica e troppa ideologia hanno fondato un neo-naturalismo a nostro avviso brutale e manco a dirlo, anti-culturale. Ad esso si connettono molti fenomeni sconcertanti, non ultimo, fra questi, la mitizzazione-sacralizzazione dei Cantieri culturali della Zisa . L’obiettivo di questo scritto, del resto, semmai ce ne fosse uno, sarà quello di presentare un’auto mise en scene verbale più possibile mimetica del nostro modo di vivere e di fare arte. Come sempre saremo passionali, ci tradiremo ripetutamente. E soprattutto saremo rizomatici: inglobanti, aperti all’altro animato o inanimato che sia e tutt’altro che lineari. Come d’abitudine, appariremo indaffarati, orientati al fare. Un fare fatto di relazioni, ripensamenti, dialoghi, pose e negazioni di pose, tentativi di connessione verso l’intorno e il lontano, disconnessioni, cadute, ritorni. Forse logorroici, logocentrici, iperverbalizzanti, nettamente diffidenti verso l’idea che vuole una netta separazione tra arte e critica. Dopo questo dispiegamento di linguaggio ci sentiamo a nostro agio perché possiamo ricominciare a parlare (cos’altro si può fare se non parlare e parlare?) sapendo per lo meno che adesso conoscete le posizioni di chi parla. Di conseguenza sarà forse anche più facile farfugliare qualcosa sui nostri interventi agli Hip Hop Dayz 2011. Cosa faremo? Oppure: su cosa lavoreremo? Faremo, scegliamo faremo: una serie di installazioni fotografiche, interventi di street/urban art (e di altre comode etichette che non citiamo perché speriamo non amiate sul serio), dove il nucleo semantico che vorremmo mettere in posizione preminente è l’idea dello spazio negato, del divieto e quello della connessione tra la Zisa, l’extra-Zisa e il virtuale. Cosa c’è di più affascinante di un luogo in cui l’autorità ha posto un divieto di accesso al mio mammifero, camminate, curioso corpo? Perché altrimenti tanti discorsi, tanta letteratura, tanti racconti sull’Area 51? C’è un’area 51 a Palermo? (non bastava Sigonella? Vi chiederete). Sembrerebbe di sì.

Allora colti dal fascino sinistro della mitizzazione istituzionale dei luoghi volevamo fare un discorso, volevamo ri-tessere con il linguaggio, questa volta non più, non solo verbale, l’impossibilità della visione, del toccare, del semplice varcare un luogo storico e ormai, grazie anche al divieto, fortemente magico e innegabilmente mitico. Il primo atto blasfemo e de-mitizzante sarà varcare i limiti sacralizzati di questo posto attraverso il linguaggio: parlare del divieto, delirare se necessario: io parlando riempio l’aria che mi circonda di suono culturale: la langue, sociale, materna quanto la Santuzza, sarà il primo atto di superamento, per lo meno fonico delle soglie imposte. Il secondo, ben più consistente, sarà il lavorarci in vista di un pubblico che si spera invaderà, se non per la manifestazione, per lo meno per il desiderio di trasgressione, lo spazio vietato e sacro. Simile ad un antico tempio accessibile soltanto ai sommi sacerdoti, i Cantieri culturali della Zisa, a ben vedere, si sono trasformati nella loro negazione: cantiere è per definizione luogo in cui si sta lavorando: sinora il silenzio, l’abbandono e l’immobilità hanno regnato in quegli spai; di culturale si può scorgere soltanto il meccanismo mitico della creazione di un luogo magico attraverso il divieto; di Zisa è rimasto ben poco: il mostro silenzioso e inaccessibile è diventato l’estraneo enorme agglomerato di edifici dai quali la presenza degli abitanti del quartiere della Zisa è sostanzialmente interdetta. I nostri interventi, non a caso si estenderanno a quello spazio indicato prima come extra-Zisa: una serie di azioni proposte proprio nello spazio urbano allo scopo di creare i primi interrogativi, le prime perplessità. Forse la prima battaglia al vecchio senso non poteva non iniziare con un tentativo di accerchiamento, di preparazione, a partire proprio dalla città. E anche il mondo di relazioni online, complesso, molteplice, (forse ancora presto per applicare un aggettivi), sarà al centro, insieme a quello del divieto e della connessione Zisa- extra-Zisa, soprattutto nelle nostre installazioni video.

Con Gli Hip Hop Dayz 2011 speriamo di dare inizio al ri-capovolgimento semantico dei Cantieri culturali cominciando a renderli di nuovo, anzitutto, dei cantieri. La ricostituzione del sintagma una volta ri-aggiustata la prima parola che lo costituisce ci auguriamo, avvenga da sé e in modo duraturo. “Noi voglio varcare” forse si trasformerà, concordemente con le regole sintagmatiche della santa langue in “Noi vogliamo varcare”. La creazione del nuovo cantiere sembra essere in corso: singoli artisti e collettivi come il nostro sono pronti a lavorare, a parlare, a creare nuove connessioni con le istituzioni e i centri culturali che si sonno fatti promotori di un eroico tentativo di risemantizzazione e de-mitizzazione a nostro avviso vitale e imprescindibile per una rinascita culturale di Palermo.

Luca Cinquemani, Fare Ala, 1 Ottobre 2011

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