Scontri a Roma: black bloc, adolescenti senza volto

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:03

Hanno letteralmente devastato la città di Roma lo scorso 15 ottobre, snaturando quella che sarebbe dovuta essere la manifestazione pacifica organizzata dagli ‘Indignati‘: i black bloc hanno sfogato tutta la loro rabbia contro le Istituzioni e le aziende simbolo della potenza economica italiana e mondiale, spaccando vetrine, dando alle fiamme camionette delle forze dell’ordine e perfino oltraggiando immagini sacre. Qualcuno ha ipotizzato che si sia trattata di una ribellione guidata da un oscuro burattinaio per distogliere l’opinione pubblica dal significato primordiale della manifestazione e convogliare l’attenzione su argomenti più immediati e sconvolgenti. Altri hanno denunciato che tra le fila degli incappucciati si nascondessero anche agenti delle forze dell’ordine. Ma chi sono veramente questi black bloc? Com’è possibile che giovani studenti, che nella vita quotidiana mostrano un’immagine di sè mite e scanzonata, si trasformino, occasionalmente, in provocatori scellerati?

Figli di famiglie perbene – Molto lontani dall’immagine che spesso gli attribuiscono i media, di anarchici che trascorrono le loro giornate nei centri sociali, giovani allo sbando che hanno come unico scopo nella vita quello di organizzare rappresaglie, più spesso questi teppisti sono figli di comuni famiglie perbene, frequentano l’università e trascorrono le loro serate nei bar del centro insieme agli amici. Lo stesso Fabrizio Filippi, detto “er pelliccia”, arrestato qualche giorno fa perché identificato come il ragazzo ritratto in una delle foto scattate durante gli scontri, mentre lancia un estintore contro le forze dell’ordine, potrebbe essere definito un ragazzo come tanti, un giovane di buona famiglia. La sua corporatura esile, i suoi capelli biondi e riccioluti, i suoi lineamenti sottili non avrebbero mai lasciato immaginare che, in sabato qualunque, si sarebbe potuto trasformare in un ostinato criminale. E, come lui, decine di altri ragazzi che, nascondendo il viso dietro una sciarpa scura o un passamontagna, hanno dato sfogo alla loro aggressività con spavalderia ed, apparentemente, senza paura. Eppure, la paura resta un sentimento primario dell’animo umano, tant’è che qualcuno di loro deve aver avvertito la percezione del pericolo quando, fermato da un agente, lo ha implorato: “Non chiamate mamma!”.

Il profilo tracciato dalla psicoterapeuta – A delineare un profilo di questi black bloc è stata la psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, presidente dell’associazione FederPsi e direttore didattico della SCINT. «Quando manca la visione del futuro, la rabbia degli adolescenti diventa violenza, contro tutto e contro tutti: che si tratti di affiancare gli ultras, o di approfittare di occasioni pubbliche per scatenare aggressioni e distruzione», ha detto la dottoressa. I ragazzi si trasformano, diventando «adolescenti senza volto che cercano la loro identità fondendosi in un gruppo che gliene fornisce una, fosse pure un cappuccio nero che li rende tutti uguali. È questa la fotografia di una generazione che si è nutrita del mito del consumo – ha continuato Toro – per poi rimanere esclusa dal banchetto, impoverita, immiserita, senza cultura nè punti di riferimento». Ma, secondo la psicoterapeuta, ancora una volta, in questa espressione di disagio giovanile, un ruolo importante è giocato dalla famiglia, che non riesce più ad imporsi come modello di riferimento per i giovani: «Gli adulti, infatti, hanno perso autorevolezza, comportandosi in modo immaturo essi stessi: alla ricerca di gratificazioni, narcisisti, impulsivi. I black bloc – ha precisato Maria Beatrice Toro – mancano di riferimenti, pensieri e cultura politica. Mettere paura è il loro modo di coprire un vuoto di identità enorme. Il fumo nero che hanno appiccato alla manifestazione di sabato 15 ottobre a Roma è il segno drammatico del nichilismo che dilaga quando si manca di tutto il resto, fosse anche la sola semplicissima capacità di empatia e rispetto per se stessi e per gli altri». Lungi dal voler contrastare un parere tanto autorevole, ci viene spontaneo obiettare che, rispetto a questi ‘figli di papà’, insoddisfatti e mancanti di punti fermi, esistono, in Italia e nel mondo, realtà anche peggiori, fatte di povertà, precariato ed ambizioni infrante. Ed è stato proprio questo sentimento di insoddisfazione e crollo di ideali ad animare la manifestazione degli Indignati: migliaia di persone che hanno fatto del dialogo e della concertazione pacifica la propria bandiera, consci del fatto che può esistere una ‘ribellione’ sana, che non sfoci necessariamente in atti di barbarie e violenza cieca.

Francesca Theodosiu

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