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Newnotizie intervista Andrea Giops, tra nuovo album, Morgan e il mondo De Andrè

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Intervista, Andrea Giops, Io non sono Giuseppe Verdi. Andrea Gioacchini, conosciuto dal grande pubblico come Giops dopo la sua esperienza a X Factor sotto la sapiente “direzione” di Morgan, racconta ai lettori di Newnotizie tutto quello che sta dietro al suo splendido album, “Io non sono Giuseppe Verdi”, uscito soltanto alcuni giorni fa.

Dieci tracce, un album davvero interessante, ricco di contaminazioni da vari generi musicali, testi azzeccati e che ti calzano perfettamente, arrangiamenti ricercati e mai banali. Questo è “Io non sono Giuseppe Verdi”. Il tuo lavoro si apre e si chiude con due canzoni reggae. E’ un modo per presentare al grande pubblico quello che è stato il tuo passato musicale o più un’esigenza, un’espressione naturale di un ritmo che senti dentro?
Sicuramente ho tenuto a portare nel disco tutte le influenze musicali che fanno parte del mio percorso, soprattutto il reggae. “Mai Più” e “Io non sono Giuseppe Verdi” si prestavano per melodia e ritmica ad un arrangiamento “in levare”, quindi siamo andati in quella direzione. Mi piace l’idea di unire questo genere musicale alla canzone italiana. Credo che sia sottovalutato e con parecchie potenzialità.

Ho ascoltato con piacere svariate volte il tuo lavoro. Sono rimasto colpito da tre tracce in particolare (“Finisce l’estate” in primis e poi da “Genet” e “Sweet sorrow”) scoprendo, a posteriori, che sono state scritte dallo stesso autore, Fabio Cinti. Com’è nata la collaborazione con questo artista? E’ più facile cantare un brano proprio o interpretarne uno scritto da altri?
Fabio mi è stato introdotto da Morgan: dopo avermi ospitato ad un suo concerto abbiamo parlato della possibilità di collaborare ad alcuni brani, e così è stato. Mi fece sentire moltissimo materiale inedito, dal quale “pescammo” anche le tre canzoni in questione.
Ho lavorato con David Florio e Luvi De Andrè per trovare degli arrangiamenti che fossero il più possibile vicini alla mia concezione musicale: si è rivelato un esperimento molto interessante, anche perché a prima vista io e Fabio sembriamo due artisti appartenenti a due mondi lontani. Ma come spesso avviene in molte altre occasioni è proprio il confronto tra persone e visioni differenti a dar vita a qualcosa di originale.
Ogni canzone parla di una storia: nel momento in cui sento la voglia di interpretare qualcosa di un altro autore è perché mi ci ritrovo, quindi è come se quella canzone l’avessi scritta anch’io.

Per molti Andrea Gioacchini è quel Giops visto sul palco di X-Factor. Ascoltando l’album è davvero palpabile l’indirizzo artistico suggeritoti da Morgan: condividi questa affermazione? Avresti voluto cantare una sua canzone?
Sicuramente il grande merito di X-Factor e di Morgan in particolare è di avermi aperto alla musica italiana, che per troppi anni avevo ignorato. Sono ripartito dalle radici, nelle quali ho scoperto artisti che non conoscevo, che mi hanno portato a crescere e ad ampliare le mie vedute musicali.
Riguardo cantare una canzone di Morgan perché no, mi farebbe molto piacere collaborare con lui in futuro. Alla fine è soprattutto grazie a lui che tutto è cominciato.

Il tuo album è prodotto da Dori Ghezzi e dalla sua Nuvole Production. Luvi ti ha proposto personalmente di reinterpretare “Svegliati” di Donatella Rettore. Com’è stato per te entrare nel “mondo De Andrè”?
Mi sono sentito come “a casa”. Ho trovato in Dori, Luvi e tutto lo staff di Nuvole più che dei collaboratori. Nessuno di loro ha tentato di impormi qualcosa che non rispettasse la mia natura e la mia espressività artistica: mi sono sentito per la prima volta capito. Abbiamo lavorato senza alcun vincolo, se non quello di cercare di fare della musica che ci emozionasse.

Le dieci canzoni del tuo album sono particolarmente curate per quanto concerne gli arrangiamenti. Troviamo reggae, ska e anche qualche assaggio di punk e la fanno da padrone i fiati. In un brano compaiono anche gli archi. Sei riuscito a miscelare in modo sapiente molteplici generi musicali in un disco che, forse proprio per questo, non annoia mai.
Ti piace sperimentare? C’è un genere cui non ti sei mai accostato ma che vorresti “assaggiare”?
Sperimentare credo sia fondamentale per proporre qualcosa di originale, evitando il rischio di avvicinarsi troppo ad artisti già eccellenti. E’ ovvio, tutti sono contaminati da tutti, ma nel nostro caso si è cercato di dare un’impronta “Giops” al disco, spaziando fra i diversi generi che fanno parte del mio percorso.
Sogno di avvicinarmi al mondo della musica d’orchestra: ho avuto, in un paio di occasioni, la fortuna di partecipare a delle serate col maestro Bruno Santori, in quanto finalista dell’accademia di Sanremo. E’ stato incredibile cantare con alle spalle così tante persone e così tanti strumenti. In una televisione o in uno stereo non rende l’idea: sentire un’orchestra che suona dal vivo è qualcosa di stupefacente.

C’è una canzone nel panorama musicale italiano che avresti voluto scrivere tu? E in quello mondiale?
C’è una canzone che ultimamente gira tantissimo nel mio stereo: si chiama “Angeli”, è stata scritta da Lucio Dalla e poi ceduta a Bruno Lauzi. Esiste anche una versione di Dalla, cantata dal vivo su base in una televisione svizzera. Il brano parla, neanche a farlo apposta, di Lugano, città a cui mi sento in parte legato: da piccolo mio padre mi portava spesso con mio fratello in gita nel canton Ticino, e quella canzone è un meraviglioso ritratto dell’italiano in Svizzera.
Nel panorama mondiale ti dico “Time” dei Pink Floyd, sia per la musica sia per il testo: il tempo è una cosa che ossessiona anche me.

Giops sotto ad un palco: per quale artista o gruppo ti vedremmo più scatenato?
Se ci fossero ancora, sicuramente per i Ramones.

Intervista a cura di Pier Luigi Balzarini
Si ringraziano Andrea Gioacchini e Parole & Dintorni per la cortesia e la disponibilità

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