Pac, Bertolasi: Aziende a rischio. Intervista al direttore di Confagricoltura Lombardia

Il direttore di Confagricoltura Lombardia, Umberto Bertolasi, affronta nell’intervista il delicato tema della riforma della PAC, in discussione al Parlamento Europeo, illustrando quali potrebbero essere le conseguenze sull’agricoltura lombarda e nazionale, se la riforma venisse approvata così come configurata attualmente nella proposta.

Può spiegare esattamente cos’è la PAC e la sua effettiva influenza sulle politiche agricole nazionali? La PAC o Politica Agricola Comunitaria è l’insieme delle norme adottate dall’Unione Europea per il comparto agricolo, che comprende anche una serie di forme di sostegno economico per le aziende, divise in due “Pilastri”: il primo riservato ai Pagamenti Diretti e alle misure di mercato, il secondo allo Sviluppo Rurale. Di fatto, gli Stati membri sono tenuti a recepire nelle proprie legislazioni nazionali in materia agricola i principi sanciti a livello comunitario, fermo restando che gli stessi regolamenti europei possono prevedere, in alcuni casi, delle misure facoltative, la cui attivazione avviene a discrezione dei singoli Stati. A quanto ammontano i sussidi europei per l’Italia attualmente? Facendo riferimento ai dati ufficiali dell’Unione Europea relativi all’anno 2009, l’Italia ha percepito una somma di circa 6 miliardi e 330 milioni di euro. Di questi, la maggior parte – circa 4 miliardi e 120 milioni – riguarda il regime dei pagamenti diretti, mentre la parte residua è suddivisa tra i finanziamenti inerenti le Organizzazioni Comuni di Mercato (1 miliardo e 28 milioni di euro), concentrati in particolare sul settore vitivinicolo e su quello dell’ortofrutta, e quelli dello Sviluppo Rurale (1 miliardo e 183 milioni circa). È utile ricordare che l’Italia è, per entità dei contributi ricevuti per il comparto agricolo, è al quarto posto in Europa, dopo Francia (quasi 10 milioni e mezzo di contributi), Germania e Spagna e, soprattutto, che il nostro Paese è un contribuente netto dell’Unione Europea, ovvero versa, a diverso titolo, nelle casse comunitarie una somma superiore a quanto riceve complessivamente – quindi non limitando il calcolo al solo settore agricolo – in forma di contributi.

 Lei ha parlato del taglio del 18% di questi sussidi come “sfida da affrontare”; quanto è dura questa sfida? Di quanti soldi in meno si tratterebbe? I dati della comunicazione dell’Unione Europea sulla previsione di bilancio per il periodo 2014-2020, dicono che il budget riservato all’Italia per i pagamenti diretti scenderà in maniera progressiva sino ad arrivare nel 2019 ad una riduzione di circa 287 milioni di euro a prezzi correnti a livello nazionale. Ma le nuove proposte normative porterebbero anche ad una differente distribuzione dei fondi disponibili nel contesto nazionale, anche in relazione al tipo di attività agricola svolta: secondo le proiezioni di autorevoli istituti di ricerca – tra cui Nomisma e lo SMEA dell’Università Cattolica – la Lombardia risulterebbe una delle regioni più penalizzate, con un taglio che oscilla – a seconda delle stime effettuate, sulla base di ipotesi normative che ancora non sono definite nel dettaglio – tra il 30 e il 40 % della dotazione attuale.Non è stata invece ancora formulata alcuna ipotesi riguardo la ripartizione, a livello europeo, delle risorse dello Sviluppo Rurale: data l’impostazione generale della nuova PAC, è possibile che anche in questo ambito vi possano essere dei tagli sostanziali per il nostro Paese. Quali potrebbero essere gli effetti dei tagli sull’occupazione del settore? Quale sarebbe la categoria di lavoratori maggiormente colpita? E con quali conseguenze economiche? È difficile fare previsioni precise a questo riguardo. Come premessa, occorre dire che una parte significativa delle aziende agricole italiane sono a conduzione famigliare e la forza lavoro è  rappresentata spesso dai componenti della famiglia del titolare dell’azienda, mentre il ricorso a lavori dipendenti è riferibile innanzitutto a lavorazioni stagionali o, in ogni caso, a una o poche unità aziendali e in questi casi ridurle significherebbe chiudere l’attività. I dati del Censimento Agricolo 2010, da poco diffusi, dimostrano che nel corso dell’ultimo decennio si è assistito ad una forte riduzione delle aziende agricole attive, così come le rilevazioni che Unioncamere effettua a cadenza trimestrale attestano che la crisi economica ha contribuito ad accentuare questo fenomeno nel corso degli ultimi anni. È fuori di dubbio che un taglio delle risorse delle proporzioni già ricordate potrà avere un impatto insostenibile per molte aziende con e senza manodopera dipendente tanto da portarle alla chiusura.   

 L’Italia ha modo di contrastare almeno parzialmente gli effetti di questi tagli? Le considerazioni sinora fatte riguardano delle proposte – tanto per il bilancio europeo, quanto per le norme della nuova PAC – che sono attualmente in discussione a livello comunitario e che potranno quindi subire dei cambiamenti prima della loro approvazione in via definitiva. È quindi importante che il nostro Governo intervenga in maniera efficace nella discussione in atto a Bruxelles, facendosi portatore delle istanze che il comparto agricolo italiano ha espresso. Naturalmente, il negoziato a livello europeo non è semplice, tantomeno dopo l’allargamento dell’Unione Europea a 27 Stati, perché si deve trovare una linea di compromesso tra le richieste dei singoli Paesi, spesso tra loro contrapposte. Occorre però dire che le proposte legislative sulla PAC hanno sollevato un coro di critiche da parte non solo delle Organizzazioni di rappresentanza degli agricoltori in diversi Stati membri, ma anche da parte di numerosi Governi, tra i quali anche il nostro. Se queste critiche saranno tradotte in un’efficace azione propositiva nel contesto del Parlamento europeo, credo che esista la concreta possibilità di giungere a sostanziali miglioramenti delle proposte che sono state formulate. Secondo Lei, a prescindere dalle modalità con le quali verrà applicata, la riduzione dei sussidi a livello Comunitario è davvero inevitabile nei prossimi anni? Non esistono soluzioni alternative per affrontare la recessione? La situazione economica generale è senza dubbio complessa e sicuramente un taglio – o, quantomeno, una razionalizzazione – della spesa pubblica è una delle misure dalle quali è difficile prescindere. Resta però il fatto che nella previsione dell’esercizio finanziario dell’Unione Europea 2014-2020 a cui facevo riferimento già in precedenza, l’unica voce di bilancio che subisce un taglio significativo è quello della spesa agricola. Una scelta paradossale, se si considera che la PAC è l’unica vera politica comunitaria che abbia trovato una piena realizzazione, dopo oltre cinquant’anni dalla nascita della Comunità Europea.

Intervista a cura di Angelo Sanna