Dopo Berlusconi: Letta, Montezemolo o elezioni?

La maggioranza non c’è più. I conti dei fedelissimi del premier, da ieri, non lasciano intravedere possibili vie d’uscita da una crisi di Governo che incombe da settimane sul futuro del centrodestra.
Con il passaggio all’UDC di Casini di due deputati del Popolo delle Libertà – Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito – l’asticella della maggioranza scende a 314 voti; lo stesso numero con cui Berlusconi si salvò per un soffio, lo scorso dicembre, dalla sfiducia orchestrata da Gianfranco Fini.
Oggi, però, a fronte della drammatica realtà economica del Paese, il Capo dello Stato potrebbe ritenere di non considerare sufficientemente affidabile un Governo che dimostrasse di non poter garantirsi la maggioranza assoluta, per cui sono richiesti 315 deputati.
Senza contare le ulteriori possibili defezioni del “responsabile” Pippo Gianni (“all’80% non voterò la fiducia” ha dichiarato ieri) e dei frondisti del PdL che hanno sottoscritto la missiva che chiede al premier di fare un passo indietro, per favorire la formazione di un nuovo Governo allargato al centro.

Ipotesi Gianni Letta con l’incognita Lega – Qualora Berlusconi fosse costretto a salire al Colle per rassegnare le proprie dimissioni – come auspicato da una larga fetta di politica e imprenditoria italiana – si aprirebbe la strada per la formazione di quel governo di transizione auspicato da Giorgio Napolitano e ben visto anche dalle massime istituzioni europee.
Nella convulsa giornata di ieri, infatti, sono tornati a circolare i nomi di Gianni Letta e Angelino Alfano, che il Presidente del Consiglio potrebbe indicare come suoi successori in un esecutivo di unità nazionale che potrebbe riscuotere consensi al centro (fra le fila dell’UDC e di FLI); in questo scenario, tuttavia, la vera incognita sarebbe rappresentata dalla Lega Nord, che potrebbe far saltare l’accordo con un centrodestra ormai incapace di dare garanzie sui temi cari al Carroccio – in primis le pensioni – che un governo di transizione andrebbe inevitabilmente a stravolgere.
Tanto che il ministro dell’Interno Roberto Maroni è intervenuto ancora ieri per spiegare che “se cade il governo ci sono solo le elezioni, è molto semplice. Il nostro scenario è questo”.

Il Governo di Confindustria – Nel totopremier di un futuro governo di transizione, però, sono rispuntati anche i nomi di Mario Monti e di Luca Cordero di Montezemolo.
Non è un mistero, d’altronde, che i poteri forti del Paese – Confindustria e Vaticano in testa – vedrebbero di buon occhio una personalità capace di costruire una maggioranza larga e trasversale, non più, quindi, un centrodestra allargato al Terzo Polo, ma un patto di “unità nazionale” fra l’area moderata del PDL e ex-popolari e veltroniani del Partito Democratico.
Una pillola amara che il segretario del PD Pierluigi Bersani si è detto disposto ad ingoiare – anche per la ferma volontà di Napolitano di impedire il ricorso alle urne – ma che porterebbe, di fatto, alla morte prematura del Nuovo Ulivo, con Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola indisponibile a condividere un percorso politico che passerebbe per il “massacro sociale” orchestrato dalla BCE, dal Fondo Monetario Internazionale e da Confindustria e attuato in Italia da un governo tecnico sostenuto in Parlamento dal PD.

Mattia Nesti