Morte Pasolini, un terzo uomo sulla scena del crimine: il caso si riapre?

“La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita”. Lo disse un giorno Pier Paolo Pasolini, uno di quelli in cui era ancora in vita. E probabilmente non avrebbe mai immaginato che, nel caso suo, quel montaggio rimanesse in un certo senso incompleto e non solo perché si fa fatica, a distanza di trentasei anni dalla morte, ad avvolgere in un unico pensiero, immagine o pellicola cognitiva, l’apporto che diede alla cultura e alla società italiana di allora e di oggi.
La morte di Pasolini, ancor’oggi, appare come uno ‘stop alle riprese’ indeciso, come se il film della sua vita fosse rimasto in sospeso. Intendiamoci, Pasolini è morto o meglio è stato ucciso, questo è certo, ma sul come, da chi e, sopratutto, sul perché, c’è ancora molto da dire e, da più di tre decenni a questa parte, la sensazione è che qualcuno – qualcuno che abbia un nome e un cognome non qualunque – possa avere il desiderio che non tutto venga detto e che i titoli di coda possano finalmente scorrere sulla vicenda.
Ma i fatti propendono verso una direzione opposta.

Caso si riapre – E’ di oggi, infatti, la notizia della scoperta da parte degli uomini del Ris della presenza di tracce ematiche, diverse da quelle della vittima e anche da quelle di Pino la Rana, all’anagrafe Giuseppe Pelosi, ovvero colui che è stato riconosciuto come unico colpevole dell’omicidio, sulle tavolette utilizzate per assassinare lo scrittore il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia.
L’arma del delitto è custodita presso il Museo di criminologia di via Giulia, particolare che fa sì che questo sia uno di quei casi in cui un reperto seppur sottratto al proprio contesto, per poi essere inserito in quello artificiale del luogo espositivo, riesce comunque a conservare la propria ‘aura’ per dirla con le parole di Walter Benjamin. Uno di quelli che l’aura non la guardava di buon occhio.
In questa vicenda, però, non c’è alcuna arte nel pezzo da museo, c’è solo testimonianza di morte. Su quelle tavolette, forse, c’è anche la firma di un assassino.
Il nome del regista di un film che non vuole saperne di arrivare alla parola fine.

Simone Olivelli