Immortals non è la risposta a 300, orfani degli spartani rassegnatevi

Immortals non è il nuovo 300: Tarsem Singh ha firmato la regia di Immortals, uscito in Italia ieri epicamente accompagnato da un data ridondante per il proprio debutto sul grande schermo ovvero l’11.11.11; purtroppo non si è rivelata sufficiente una serie di cifre palindrome per rendere l’opera completamente convincente.
La prima cosa da chiarire, per dovere di cronaca, è che gli orfani di “300” e degli spartani non troveranno in Immortals un degno palliativo delle prodezze di Leonida; il lavoro di Singh è, infatti, totalmente sbilanciato: in continuo squilibrio tra un’estetica appagante ed una sceneggiatura imbarazzante. A conferire quel briciolo di credibilità ad un parterre alquanto appiattito di personaggi, a tratti semplicemente abbozzati, è il sempre in parte Mickey Rourke che veste con la sapienza del vecchio bastardo i panni di Iperione, cattivo cattivissimo al cui confronto il vanitoso Serse pareva un criceto zoppo spaurito.

Bellezza formale: va riconosciuto, di converso, che ci sono dei frame o sequenze di minuti, in puro stato di grazia che incantano letteralmente per la perfetta fusione cromatica e ritmica, il tutto coadiuvato da un fotografia magistrale: la lotta tra i Titani contro gli abitanti dell’Olimpo guidati da Zeus rimanda alle migliori riproduzioni pittoriche Michelangiolesche ricordando, nonostante il tema prettamente pagano, l’epico senso di vertigine dato dal Giudizio Universale.

Valeria Panzeri