Egitto, i motivi delle nuove violenze: le elezioni si avvicinano

Tutto è cambiato per non cambiare nulla: questa espressione sembra racchiudere perfettamente ciò che, fino a questo momento, sta accadendo in Egitto. Dopo che il popolo egiziano, occupando piazza Tahrir, aveva dato vita alla rivoluzione di gennaio, spazzando via i leader di un governo arcaico e ormai obsoleto, ecco che i fantasmi del regime tornano ad addensarsi sul futuro del popolo nordafricano. Le medesime forze militari che avevano accompagnato la transizione, contribuendo a pieno titolo alla caduta di Hosni Mubarak, stanno infatti adesso rivestendo i panni dei nemici del popolo, degli antagonisti, dei dominatori incontrollati delle sorti egiziane. Una realtà capovolta che va oltre le più nere incertezze e aspettative dopo la dura primavera araba.

La transizione verso la democrazia è difficile e le violenze di questi ultimi tre giorni non fanno altro che offrirne una palese dimostrazione. Nonostante i cambiamenti, la mano del vecchio regime guida ancora l’Egitto: la paura è proprio quella di una trasformazione radicale. Il tempismo con cui queste violenze si sono sollevate all’ordine del giorno non sono infatti casuali: il 28 novembre si terranno nel Paese le elezioni presidenziali, vero e proprio crocevia tra il vecchio e il nuovo, tra il passato e il presente. Emblematico in questo caso l’arresto di Butaina Kamal, una delle candidate alle tornate elettorali che stava protestando  a piazza Tahrir.

La stabilità vacilla. I militari smentiscono le voci circa un tentativo di voler estromettere astutamente alcuni candidati per condizionare le elezioni, tuttavia agli occhi dei principali osservatori internazionali il ruolo delle forze armate appare sempre più quello di un protagonista e non di un semplice gregario della transizione democratica. Non sarà infatti semplice in questo contesto garantire la sicurezza e la l’ordine durante le votazioni: un risvolto forse ricercato che potrebbe mutare gli scenari nei mesi a venire. Il popolo egiziano si sta battendo duramente per estirpare definitivamente tutte le antiche radici: decine di morti e migliaia di feriti dimostrano l’insoddisfazione persistente. “Irhal, irhal” (vattene, vattene) è il grido che risuona a piazza Tahrir: gli egiziani hanno deciso, ma la strada è ancora lunga.

Emanuele Ballacci