Dal Sand Creek a Monicelli: “Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”

Ogni giorno dell’anno si trascina dietro la forza incommensurabile e atroce delle ricorrenze, dei ricordi che ci appartengono come individui singoli e di quelli che sono nostri perché siamo abitanti del Pianeta Terra. Se volessimo andare a scavare all’interno del senso che possiede il ventinove novembre, scopriremmo che la storia dell’umanità ha qualcosa da insegnarci anche oggi, da insegnarci per sempre.

Il Massacro di Sand Creek – Ci sarebbe tanto da dire, ma parlare di tutto spesso equivale a riempirsi la bocca di nulla. Nel 1981 uscì uno degli album più famosi di Fabrizio De Andrè, quello con l’indiano in copertina per intenderci. La terza canzone del cd è “Fiume Sand Creek”. Il brano racconta la storia di un attacco di alcune truppe della milizia del Colorado ai danni di un villaggio di indiani d’America. Si trattò di una carneficina di donne e bambini: un episodio straziante che quel gran poeta di De Andrè raccontò dal punto di vista di un ragazzino qualsiasi, morto in quella circostanza assieme al nonno, che era al suo fianco. Si tratta, probabilmente, di uno dei pezzi più figurativi del Faber.

“Fiume Sand Creek” – All’inizio della canzone ci si immagina quasi automaticamente la notte buia di quel ventinove novembre, il cielo nero che è una “coperta scura” che svolge il ruolo ingrato di complice inconsapevole del Colonnello Chivington, che nel brano di De Andrè ringiovanisce di vent’anni e diventa un generale. Il bambino si sveglia a causa del tumulto, e chiede a suo nonno se tutto ciò che sta accadendo è solo un sogno. Il nonno non se la sente di annunciare al nipotino la propria morte imminente, così gli risponde di sì. “Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”, dice la creatura in procinto di andarsene, ed è presto  descritto il momento della morte del bimbo, che ha “il lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso”, lo sparo da una parte e l’eterna luce dell’altra. L’immagine più bella della canzone, probabilmente è quella dell’albero della neve che “fiorì di stelle rosse”: difficile trovare un modo più tenero per descrivere l’idea della purezza che viene contaminata di viltà, dell’innocenza violata nel suo intimo mentre è addormentata.

Mario Monicelli: 146 anni dopo Sand Creek – “Quando il sole alzò la testa fra le spalle della notte c’erano solo cani e fumo e tende capovolte”, scrive De Andrè, pochi versi prima di concludere il brano dicendo che “Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek”. Tutto ciò accadeva nel 1864. Centoquarantasei anni dopo, vale a dire il ventinove novembre scorso, succedeva un’altra cosa che andrebbe ricordata. Quando il sole abbassò la testa fra le spalle della notte, di sera, Mario Monicelli si buttò dal quinto piano dell’ospedale in cui era ricoverato. Verrebbe da dedicarla a lui questa canzone bellissima, aggiungendo, magari, qualche verso tratto da una stessa poesia dello stesso poeta, che quando morì Luigi Tenco scrisse un brano meraviglioso contro il biasimo sterile del ben pensare, contro il triste dito che si rivolge contro la disperazione, il dito eternamente puntato, il dito che andrebbe estirpato dalla mano di chiunque. “Signori benpensanti”, scrisse, “spero non vi dispiaccia se in cielo in mezzo ai santi Dio fra le sue braccia consolerà il singhiozzo di quelle labbra smorte, che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”.

Martina Cesaretti