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“Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare”: la poesia di Cinaski incontra per la prima volta il Teatro

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Vincenzo Costantino Cinaski, Teatro, Foto. Ieri sera al “Teatro dell’Arte” di Milano è andato in scena un interessante esempio di arte contemporanea, attraverso la performance del poeta Vincenzo Costantino Cinaski. Poeta nella sua più vera e profonda accezione, quella di “colui che fa”: Cinaski è un poeta militante (è tra i fondatori del movimento Milano l’è bela) e anche sul palco ha immerso anima e corpo per raccontare stralci della realtà odierna da lui vissuta. Nel reading “Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare”, tratto dall’omonimo libro edito da Marcos Y Marcos, l’artista riflette, racconta e dialoga sul tempo presente con un pizzico di desolazione e malinconica ironia, proprio come avrebbe fatto il personaggio di Henry Chinaski, creato dalla penna di uno dei miti di Vincenzo, Charles Bukowski.

In una cornice scenica ridotta all’essenziale, sul palco del Teatro dell’Arte prende forma la magica poetica di Cinaski, in passato raccontata e condivisa nei club culturali e nei circoli artistici della scena milanese: primo tra tutti il Pentesilea, di cui Vincenzo è da anni il direttore artistico, ed esportata occasionalmente e su richiesta in molte altre piccole realtà cittadine e provinciali della penisola italiana.

In teatro però il tutto assume un’aura sacrale: le sessioni di prosa, poesia e canto sussurrato da Cinaski sono accompagnate dalle suggestive composizioni di Francesco Arcuri, istrionico performer già membro della Fonomeccanica e musicista negli ultimi due tour di Vinicio Capossela, che all’occorrenza si arma dei più svariati strumenti (dalla chitarra elettrica alla sega melodica, dalla calimba al carrilon, dal piano giocattolo al mangianastri impazzito), colorando le letture del Maestro Cinaski.

Una delle protagoniste indiscusse del recital è la città di Milano “che si nutre di solitudini e disperazione” e che è diventata nel corso degli anni uno luoghi sacri per l’artista: Milano da amare, da odiare, ma soprattutto da vivere. La città diventa da oggetto di riflessione, anche il teatro che ospita i non-luoghi per eccellenza, quelli sì più fagocitanti ma anche più produttivi: ecco la stazione Centrale, l’asfalto delle strade di periferia, i vicoli saturi di nebbia e i fondi di bottiglia, dove annegare gli ultimi pensieri prima dell’alba.

“Il bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre al bar”, recita Vincenzo in una delle sue poesie più riuscite, Il Bar, appunto. E proprio il bar e l’universo appannato che si porta appresso, è un altro dei grandi compagni di vita del poeta: è in questo scenario che Cinaski riesce meglio a riflettere sulla vita, sulla morte, sulla libertà. Non a caso è al bis che viene riservata la lettura de Le cento città, la poesia-manifesto dell’artista beat, accompagnata dalle note di Bird on the wire di Leonard Cohen.

Per saperne di più sull’artista è possibile visitare il sito web di Vincenzo Costantino Cinaski o la sua pagina Facebook.

Stefania Clerici

Fotografie di Roberto Finizio