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7 dicembre: Requiem per Cicerone e per un condannato a morte qualsiasi

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Nel 43 a.C. moriva, oggi, Marco Tullio Cicerone. Fa quasi paura, a volte, cimentarsi con le sue opere: ci si trova medesima meschinità dell’uomo odierno, con la differenza che il celebre pensatore non si sarebbe mai sognato di utilizzare la parte peggiore di sé come arma di difesa né di celarla al fine di apparire migliore. Sapeva, questo è certo, sfruttare anche le proprie negligenze per portare acqua al suo mulino. Forte anche delle proprie debolezze, l’autore di quell’ “Hortensius”, disgraziatamente andato perduto, che cambiò la vita di personaggi come Sant’Agostino, era a favore della pena di morte.

Cicerone e la pena di morte – Di solito i grandi uomini e le grandi donne si studiano, a scuola, tralasciando tutto ciò che potrebbe renderli meno brillanti agli occhi di uno studente qualsiasi. E’ raro che si leggano le pagine di Aristotele dedicate allo schiavismo, o che venga alla luce il Kant che vede nell’omosessualità un atto ancor più grave del suicidio stesso, o che si parli delle perversioni che Simone De Beauvoir condivideva con il suo Sartre. In questo caso, si può dire che il Cicerone dell’Oratio I in Catilinam non cede volentieri il passo a quello che si schiera con velata arditezza a favore della pena di morte all’interno della quarta orazione. Quando si affronta l’ultima parte delle Catilinarie, è raro che si entri nel merito della profondità speculativa che si trova in quelle parole, raro che si cerchino collegamenti col mondo odierno. Tutto ciò è un peccato, se consideriamo che le argomentazioni che l’avvocato degli avvocati portava a favore della condanna capitale sono all’incirca le stesse che vengono usate al giorno d’oggi.

Le argomentazioni di Cicerone – Alla luce della congiura di Catilina, che mise in pericolo gli ordinamenti repubblicani, Cicerone pronunciò quattro orazioni. Durante l’ultima entrò nel merito della sorte che, a suo parere, sarebbe dovuta toccare agli arrestati. Con quali tesi si esprime, Cicerone, a favore della pena di morte? Anzitutto, il filosofo e avvocato asserisce che la pena proposta da Cesare davanti al Senato (ovvero l’ergastolo e la perdita dei beni) avrebbe tolto ai condannati anche la speranza, e che la morte li avrebbe liberati, invece, subito da molte pene. “Non sono mosso da spietatezza”, dice Cicerone, “ma da un profondo senso di umanità e di pietà!”. A questo punto, l’avvocato porta l’esempio di una famiglia sterminata da uno schiavo e di un padre di famiglia che si trova di fronte allo scempio. Dal canto suo, Cicerone asserisce che giudicherebbe detestabile chi non avrà cercato di lenire il suo tormento con il dolore di chi gli ha fatto del male.

La prima iniezione letale – Ebbene, Cicerone con le sue Catilinarie riuscì a punire i congiurati. Argomentazioni forti, le sue, se non fosse che uno Stato dovrebbe porsi come compito quello di recuperare i propri cittadini, e non quello di punirli. Questo Cicerone lo sapeva bene, lo sapeva meglio di quanto lo si sappia al giorno d’oggi, infatti i seguaci di Catilina (che nel frattempo era in “esilio volontario”) non furono puniti in quanto cittadini, ma in quanto nemici della patria. Terribile lo stesso, è ovvio. Il sette dicembre del 1982, 2025 anni dopo la morte di Cicerone, in America venne eseguita la prima condanna a morte tramite iniezione letale. Probabilmente a scuola dovrebbero insegnare non solo tutto ciò che c’è da imparare dai grandi uomini, ma anche tutto ciò che hanno sbagliato, ciò che noi potremmo fare meglio. In questo modo si istruirebbe la gioventù allo spirito critico, si svezzerebbe il libero pensiero che dorme al loro interno. Errori così enormi non sono d’esempio solo per chi vorrà ripeterne, ma anche per chi vorrà combattere affinché non si verifichino mai più.

Martina Cesaretti