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15 dicembre: i quarantasette samurai decaduti

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Era il quindici dicembre del 1702 quando quarantasette ronin si cimentarono in uno storico assalto alla dimora di Kira Yoshinaka e lo uccisero per vendicare il proprio signore defunto. La loro tenacia nel portare avanti gli ideali del codice bushido è diventata, da allora, per il Giappone un forte e noto esempio di virtù.

La storia – “Ronin” significa, letteralmente, in giapponese “persona che impara a diventare samurai”, o, ancora, “uomo alla deriva”. Sta ad indicare un samurai rimasto privo del proprio signore a causa della morte o della mancanza di fiducia di quest’ultimo. I quarantasette ronin sono lo storico gruppo di samurai decaduti che andarono a vendicare la morte di Asano Takuminokami, loro padrone, presso la dimora di Kira Kozukenosuke, i cui insulti portarono il signore dei quarantasette a commettere il seppuku (il suicidio rituale giapponese; letteralmente significa “taglio dello stomaco”). I quarantasette ronin pianificarono l’attacco per due lunghi anni. Quel quindici dicembre uccisero non solo Kira Kozukenosuke, ma anche tutti i suoi discendenti di sesso maschile. Pur avendo seguito con scrupolo i dettami del bushido, quarantasei ronin vennero obbligati al seppuku a causa del fatto che avevano osato sfidare l’autorità imperiale. Il quarantasettesimo fu, invece, costretto a rimanere in vita al fine di prodigarsi per gli spiriti dei suoi quarantasei compagni defunti attraverso offerte regolari.

Il codice bushido – “Bushido” significa, in giapponese, “la via del sacrificio”. L’etimologia del termine ha l’indubbia capacità di spiegare il presupposto di tale “codice d’onore” tipicamente orientale. Si tratta di uno stile di vita proprio ai guerrieri giapponesi, i quali non venivano educati solo dal punto di vista militare, ma anche da quello morale. Il bushido si ispira ai precetti del confucianesimo e del buddhismo, e prevede che si rispettino i valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore. Il seppuku è la condanna il cui scopo è quello di far sì che il guerriero disonorato dal mancato rispetto ad uno di quei valori possa espiare la propria colpa. Si tratta di una morale che non transige sulle mancanze di nessuno, nemmeno del nemico. Pieno di fascino, il bushido è ancora oggi un codice che ispira la condotta di molti.

Martina Cesaretti