18 Dicembre: la strage di Torino e la pena di morte

La pena di morte è uno dei problemi morali più importanti di sempre. Può uno Stato arrogarsi il diritto di legittimare la soppressione di uno dei suoi cittadini per far sì che quest’ultimo venga punito e che il popolo risenta positivamente di tale atto? Perché uno Stato dovrebbe punire un individuo, anche se dovesse aver commesso i crimini più efferati, piuttosto che recuperarlo? Quale principio morale considererebbe “giusta” l’uccisione di un essere umano da parte di un’istituzione politica?

La strage di Torino – È storicamente noto il fenomeno dello squadrismo durante il ventennio fascista. È difficile non immaginare gli assalti squadristi come episodi che possono essere collocati sulla stessa linea sulla quale si trova la pena di morte: il mandante(o il complice), anche in quei casi, era lo Stato. Esiste ancora una forte rabbia che anima la memoria di chi ricorda la Strage di Torino, durante la quale, fra gli altri, perse la vita Pietro Ferrero, sindacalista e anarchico italiano. Pietro Brandimarte ed i suoi fascisti si cimentarono, quel giorno, in una serie di omicidi, che furono commentati da Mussolini in persona. Il Duce, al  telefono col prefetto di Torino, subito dopo la strage usò parole che ancora oggi lasciano sgomenti: « Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzati di più; come capo del governo debbo ordinare il rilascio dei comunisti arrestati! ». Era il diciotto dicembre del 1922.

La moratoria universale della pena di morte – Ottantacinque anni dopo l’efferata strage squadrista che il capo del governo d’allora commentò ponendosi anzitutto come capo del fascismo, e quindi auspicandosi la morte di altri “nemici”, si verificò un evento ben più lieto. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la moratoria universale della pena di morte, che è una proposta per la sospensione della pena di morte in tutti i Paesi appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sarebbe lungo il discorso che seguirebbe il paragone fra la strage del 1922, la questione odierna della pena di morte, e la legittimazione dell’assassinio da parte di organizzazioni politiche extraparlamentari, ma non si tratterebbe di un paragone improbabile: semplicemente questo dato di fatto dovrebbe far riflettere. Viene da pensare all’assassinio di Diopmor e Sambmodou, i due senegalesi uccisi pochi giorni fa a Firenze da Gianluca Casseri, simpatizzante di CasaPound che successivamente si è tolto la vita. Su internet è facile trovare dei forum in cui Casseri è definito addirittura “eroe”; ebbene, di pena di morte non si tratta, alle spalle della morte di Diopmor e Sambmodou non c’è uno Stato, eppure da qualche parte in Italia c’è chi non riesce ad aborrire eventi simili, e non si tratta di individui singoli, ma di gruppi di persone.

Martina Cesaretti