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Tragedia nel mare di Giava: Morte di migranti iracheni e afgani

Vite spezzate. Un’onda ha spezzato la vecchia barca, la vita e i sogni di più di 250 migranti iracheni e afgani che rincorrevano il miraggio di una vita migliore in Australia. È successo a largo dell’isola di Giava, luogo magico e ammaliante per i turisti, i cittadini di “prima classe”; terra da superare in vista di una vita migliore per i migranti, i rifugiati politici, i cittadini di “terza classe”. E proprio loro, i cittadini di “serie B”, sono vittime innocenti della loro necessità del viaggio, un viaggio per la sopravvivenza.

Tragico conteggio. Circa 200 i dispersi, molto probabilmente tutti morti, secondo il portavoce della protezione civle indonesiana, Gagah Prakoso che ha dichiarato: «Abbiamo mandato quattro navi e due elicotteri ma non abbiamo visto nulla». Effettivamente, è difficile che qualcuno tra i dispersi possa essersi salvato, considerando il fatto che sulla barca si è scaraventata una violenta tempesta con onde alte fino a cinque metri. Secondo Kelik Purwanto, operatore della protezione civile, «è impossibile anche per un buon nuotatore con giubbotto di salavataggio raggiungere la riva in queste condizioni meteo. I corpi di solito arrivano a riva al terzo giorno». 200 i sommersi,  solo 33 i salvati tra cui 30 uomini, una donna e due bimbi. Un dato quest’ultimo, che fa rabbrividire, considerando il fatto che, secondo le testimonianze, sul peschereccio c’erano molti bambini.

Indignati. Solo un anno fa era affondata un’altra barca carica di migranti diretti in Australia. Il ripetersi della tragedia e le dichiarazioni del ministro degli Interni Jason Clare che  ha parlato di una «immane tragedia» ha provocato l’indignazione degli attivisti per i diritti umani e di parte dell’opinione pubblica che accusano il governo australiano di ipocrisia e di adottare leggi restrittive per affrontare il fenomeno migratorio. Secondo Ian Rintoul, coordinatore della Coalizione per i rifugiati,  il governo non si preoccupa realmente di intervenire sui flussi migratori nel rispetto dei diritti umani, perché, in tal caso, «avvierebbe una politica umana di accoglienza». Effettivamente, è difficile parlare di politica dell’ospitalità se si considera che risale a pochi mesi fa un progetto governativo che voleva mandare in Malaysia 800 richiedenti asilo in attesa che la loro domanda fosse esaminata. Fortunatamente tale progetto di “confinamento” è stato bocciato dal  tribunale supremo australiano.

Testimoni. I sopravvissuti raccontano di essere di venire dall’Afghanistan e dall’Iran e di aver pagato fra i 2.500 e i 5.000 dollari per il viaggio verso l’Australia. Armaghan Haidar, studente afgano diciassettenne, è uno dei 33 superstiti alla tragedia; nelle sue parole la descrizione di quei tragici momenti: «Ho sentito l’acqua sui piedi e mi sono svegliato. La gente urlava, cercava di uscire. Io ci sono riuscito e mi sono attaccato alla murata con un centinaio di altre persone, ma altre cento sono rimaste intrappolate dentro». Ora bisognerà fare in modo che i sopravvissuti non restino bloccati nelle maglie di una legge ingiusta; questa necessità emerge nelle parole del giovane studente secondo il quale gli afgani hanno diritto a una vita migliore, una vita diversa da quella che avrebbero nell’Afghanistan “liberato”: «In Afghanistan non c’è nulla. Terrorismo sì, ma non si può studiare e non c’è lavoro».

Giovanna Fraccalvieri