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Kazakistan: il massacro dei rivoltosi

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Oro nero. Il Kazakistan, ex repubblica sovietica, oggi è fortemente legato a diversi governi occidentali. Le ragioni di tale amicizia affondano nel liquido vischioso dell’oro nero, il petrolio, di cui il Paese è un grosso produttore. Solo per fare un esempio, l’americana Chevron di Dick Cheney, vicepresidente durante il governo di George W. Bush, è « il primo soggetto industriale privato in Kazakistan» dove, grazie alle estrazioni petrolifere, sta ricavando enormi profitti. Secondo il “gigante americano”, la sua presenza nell’ex repubblica sovietica sosterrebbe il rispetto dei diritti umani. Gli ultimi fatti di cronaca però, dimostrano il contrario.

Protesta. Nel Paese la classe lavoratrice è fortemente sfruttata. La Karazhanbasmunai, la principale compagnia petrolifera del Paese, ha avviato una politica di licenziameni e di riduzione dei salari provocando quelle proteste che proprio non sono ammesse e che vengono brutalmente represse dalle forze di polizia.

Repressione. Secondo quanto scritto dal giornalista Mark Ames su Naked Capitalism, a partire da venerdì scorso, giorno in cui ricorreva il ventesimo anniversario dell’indipendenza del Kazakistan, le forze di sicurezza in tenuta antisommossa hanno «massacrato almeno 70 lavoratori del petrolio, ferendone qualcosa come 500 – 800 e arrestandone un certo numero».

Morti. Venerdì scorso a Zhanaozen, la regione occidentale che si affaccia sul Mar Caspio, i militari hanno sparato ad altezza d’uomo, uccidendo almeno 13 persone. Nel video qui riportato si vede come nel giro di pochi minuti precipiti la situazione, passando dalle proteste degli operai e dei loro sostenitori ai colpi di arma da fuoco sparati dai militari. Il giorno dopo a Shetpe, altri  due manifestanti sono rimasti uccisi durante gli scontri con le forze di polizia e sono state ferite almeno 10 persone. In realtà, secondo il sindacato indipendente Aktau, citato dal sito web socialistworld.net, sono morte più di 100 persone e diverse centinaia ne sarebbero scomparse. Sono state denunciate, inoltre, le torture a cui vengono sottoposti i numerosi arrestati.

Dittatura. Tutto ciò sta accadendo in Kazakistan, un Paese governato  da Nursultan Nazarbayev, unico Presidente a partire dall’indipendenza dall’Unione Sovietica: ogni volta che ci sono state le elezioni è stato, puntualmente, rivotato. In realtà, già ai tempi dell’URSS, Nazarbayev era segretario del Partito Comunista del Kazakistan. Un potere illimitato e indiscusso quello di Nursultan, un potere che non accetta alcuna opposizione.

Silenzio stampa. Secondo quanto riportato da Mark Ames sul Naked Capitalism, i giornalisti sono stati banditi dalle zone degli scontri e due reporter russi sono stati arrestati. Per fare in modo che non trapelassero notizie sul massacro inoltre, nella città di Zhanaozen, centro nevralgico della rivolta, il governo ha tagliato ogni comunicazione col mondo  esterno interrompendo le reti dei cellulari e dei social network. Fortunatamente alcune testimonianze, foto e filmati sono riusciti a trapelare sfidando la censura e, grazie a ONG come Amnesty International e Human Rights Watch, si sta facendo luce su questa triste vicenda. Ora tocca alla comunità internazionale prendere posizione e non lasciare che un altro massacro venga consumato nell’ombra.

Giovanna Fraccalvieri