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Stati Uniti, Sopa: il progetto di legge che minaccia il futuro di Internet

Per chi non lo sapesse, tra i desideri e bisogni che portarono alla creazione di Arpanet, l’antenato di Internet, vi fu quello di rendere possibile la comunicazione tra i maggiori centri di potere statunitensi, anche nel caso di un attacco militare proveniente dal nemico sovietico. Gli anni Sessanta stavano per finire e la Guerra Fredda era un fattore geopolitico e storico con cui tutte le nazioni dovevano avere a che fare.
Con il passare dei decenni, quello che era nato come un progetto ideato fondamentalmente per scopi militari si tramutò in una grandiosa opera civile: una rete che potesse collegare l’intero globo.
Ognuno di noi, oggi, può dire cosa è Internet? Pochi, invece, sono quelli che possono immaginare cosa sarà domani. E questo non solo perché il futuro è materia ignota per sua stessa natura, ma perché negli Stati Uniti – la patria della democrazia, secondo molti – è in discussione un disegno di legge che potrebbe devastare a livello strutturale la Rete.

Diritti: difese e minacce – Conosciuto come Sopa (Stop Online Piracy Act, ndr), il progetto al vaglio del Congresso statunitense punterebbe a creare una legge che attaccherebbe a muso duro e senza esitazioni il fenomeno della pirateria on line, ovvero tutti quei contesti in cui vengono utilizzati materiali coperti dal copyright.
Il tema della proprietà intellettuale, specialmente su Internet, è da tempo al centro di ampi dibattiti tra chi ha interesse – non solo economico – a salvaguardare i diritti degli autori e chi invece difende lo spirito libertario della Rete e la conseguente visione della conoscenza come bene che deve rimanere scevro da controlli che ne limitino la diffusione.
Nel caso, però, del Sopa, la questione è più particolare: il progetto di legge è talmente ampio da poter portare, secondo i suoi più ferventi oppositori, a un futuro collasso del web.
Tra gli articoli inseriti nel Sopa vi è quello in cui si prevede la possibilità di intervenire nei confronti dei fornitori di servizi Internet (Internet Service Provider, ndr) affinché blocchino qualsiasi tipo di rapporto con quei siti accusati di ospitare contenuti illeciti. Detto questo, le osservazioni da fare sono due: la prima riguarda l’impossibilità – specialmente all’epoca del web 2.0, ovvero da quando gli utenti sono produttori di contenuto e non semplici fruitori – da parte dei siti, si pensi a un social network come Facebook, di controllare per tempo, o ancora peggio preventivatamente, l’intera mole di messaggi, link, rimandi ad altri siti; la seconda, invece, più tecnica, si riferisce al fatto che, siccome la maggior parte dei più  importanti fornitori di servizi Internet si trova negli Stati Uniti, le ripercussioni si avrebbero a livello globale e non solo statunitense.

Appello – Diverse sono le organizzazioni che si sono già mosse in difesa della libertà d’espressione. Tra di esse vi è Avaaz che ha già raccolto più di un milione di firme da presentare al Congresso americano. Qui, il link per chi volesse firmare la petizione on line.

Simone Olivelli