Il Giorno della Memoria: quant’è sterile il ricordo se rimane tale!

Il ventisette gennaio è iniziato da qualche ora, per cui è presumibile che la maggior parte di noi sia già stata testimone di quel tradizionalissimo sfoggio di buonismo il cui scopo è sempre  e solo quello di lustrare quanto basta la superficie della propria coscienza torbida. Ci ricordiamo, oggi, dei nostri simili che vennero sterminati come fossero stati moscerini, ci ricordiamo di etnie, categorie e popolazioni che vennero trattate come si tratterebbe un’epidemia. I social network pullulano di poesie, frasi, canzoni ed immagini che ricordano l’orrore di quei corpi accatastati come fossero panni sporchi su una sedia: siamo tutti indignati oggi, tutti in lutto. Viene da chiedersi come saremo domani.

La memoria sterile – È giusto che ci sia una data che spinga ogni essere umano a riflettere sul passato della propria specie, ma l’atto di ricordare determinati eventi in sé è sterile. Guardarsi alle spalle e sgranare gli occhi dal terrore non serve a nulla se poi non si riesce a volgere lo sguardo verso il futuro e a fare in modo che determinate nefandezze non abbiano più modo di verificarsi. Chi si limita a puntare il dito contro la tragedia è complice e non nemico dell’orrore che la compone. Guardiamoci intorno, gente: sono passati sessantasette anni dal giorno in cui i cancelli di Auschwitz vennero aperti e sono dodici anni che in Italia si festeggia il Giorno della Memoria, eppure le guerre continuano ad esistere, il razzismo è un fenomeno all’ordine del giorno e i genocidi sterminano ancora un numero imbarazzante di persone. Viviamo in un Paese che da un lato piange vittime che avrebbe potuto evitare di mietere e dall’altro lascia che gli immigrati affoghino in mare dopo viaggi di fortuna. Siamo bravi noi che investiremmo i lavavetri pur di non offrire loro una parola gentile, siamo bravi noi che scendiamo in piazza solo quando ci accorgiamo che stavolta le istituzioni hanno gettato immondizia sul nostro orticello e non su quello del vicino; siamo bravi noi che ci indigniamo per la viltà del Capitan Schettino e che non ci rendiamo conto che accampare morali da quattro soldi sulla base della vigliaccheria altrui è fin troppo facile.

La memoria fertile – Commemorare una ricorrenza come quella di oggi non è affatto facile, ma farlo riproponendo a se stessi film, libri o documentari non è sufficiente. La memoria di tali atrocità dovrebbe essere fatta fruttare. Come? Iniziamo a prendere le misure della nostra integrità morale usando come termine di paragone non i vari Schettino, ma, magari, qualcuno che nella vita ha saputo distinguersi per meriti migliori: è l’autocelebrazione che porta a fenomeni di risentimento generale come quello che s’è creato contro il celebre capitano dopo l’episodio che ha colpito la Costa Concordia, non l’indignazione.  Iniziamo a piangere per tutti i morti, anche per quelli che non sono entrati a far parte del macabro meccanismo mediatico che trasforma i defunti in oggetti del gossip quotidiano: sono più di 17.800  i morti che negli ultimi vent’anni sono stati contati fra coloro che hanno tentato di raggiungere l’Europa via mare. Iniziamo ad indignarci anche per genocidi più recenti e meno famosi dell’ Olocausto: nella metà degli anni novanta in Ruanda sono state uccise in pochi mesi nei modi più brutali più di 800.000 persone. Emancipiamoci da questa situazione, facciamo tesoro della memoria che abbiamo in quanto esseri umani e smettiamola di puntare il dito contro gli altri; se non stiamo facendo nulla, nel nostro piccolo, per far sì che nessuno sia più vittima di fenomeni come l’Olocausto, allora c’è solo una persona contro cui dovremmo puntare il dito: quella che si affaccia nel nostro specchio ogni mattina.

M.C.